Abbiamo scambiato qualche parola con uno dei più forti sostenitori delle arti fumettistiche su YouTube Italia.

Filippo Messina, in arte Altroquando, è uno degli youtuber più apprezzati sulla piattaforma di video italiana per quanto riguarda il trattamento della materia riguardante i fumetti: il suo canale conta infatti circa 5000 iscritti. Per quanto molti potrebbero considerare questo numero di iscritti esiguo bisogna considerare non solo che considerando il genere di nicchia il risultato è alto, ma anche che dal punto di vista dell’apprezzamento qualitativo Filippo Messina è visto come uno dei migliori in circolazione su YouTube Italia per l’esposizione, per l’approfondimento e per il montaggio.

In questa intervista fatta al celebre recensore (anche se non è così che lui preferisce definirsi come scoprirete leggendo) quest’ultimo ha parlato di diversi elementi: la sua esperienza prima di approdare nel web, l’origine del suo nome d’arte, pensieri sulla cultura pop, le potenzialità di YouTube e molte altre cose. Vi auguro quindi una buona lettura.

Io: Tu per tutta la vita ti sei dedicato all’arte del fumetto facendo numerosi lavori riguardante la scrittura sull’argomento. Come ti è venuta l’idea di aprire anche un canale su YouTube?

Filippo: Qui c’è una storia da raccontare perché tu hai detto che io ho passato la vita ad occuparmi del fumetto e l’ho fatto in vari modi. Io sono prima di tutto un appassionato: c’è stato un periodo in cui io ho anche provato a scrivere, però per lungo tempo ho provato a scrivere in prosa anche. Sognavo di scrivere fumetti ma per lo più ho scritto racconti (senza mai pubblicare ovviamente). Successivamente ho fatto il libraio per moltissimi anni: possiamo dire in un certo senso che il fumetto, in un modo o in un altro, ha influenzato un pochino tutta la mia esistenza. Questa passione l’ho avuta fin da quando ero bambino, periodo in cui tutto il mio mondo era incentrato sul fumetto: erano i tempi in cui cominciavano infatti ad arrivare l’editoriale Corno, la Marvel Italia e di conseguenza il rilancio del mito del supereroe che inizialmente erano conosciuti solamente tramite la DC, casa che tuttavia stava allora attraversando un periodo di stanchezza editoriale in Italia e per questo non erano molto diffusi. Io avevo già imparato a leggere quando è arrivata la Marvel e quindi quest’ultima l’ho fruita molto di più da bambino preferendola alla DC (anche se oggi preferisco molto di più la DC). C’è stato quindi il sogno adolescenziale: ho fatto il liceo artistico con il sogno di fare fumetti, cosa che poi, per vari discorsi della vita, non è andata come avrei voluto anche perché non avevo quel talento specifico. C’è tanta gente che disegna molto meglio di me ed io forse sono più portato alla scrittura di quanto non lo sia nel disegno. È andato successivamente a finire che io mi sono ritrovato a lavorare in una fumetteria ed era la prima fumetteria che aveva aperto, durante gli anni 90, nella mia città che è Palermo. Tutto ciò è successo perché ho iniziato un rapporto personale, ho fatto coppia con una persona che è stato il mio compagno di vita per tredici anni e che è stato il fondatore di questa fumetteria a Palermo che io frequentavo prima come cliente per poi ho iniziato questo rapporto personale con il fondatore che faceva di nome Salvatore Rizzuto Aldelfio, nome che oggi ho dato ad una biblioteca autogestita che ho fondato in città in suo onore. È iniziato quindi questo rapporto privato che poi è evoluto anche in un rapporto lavorativo. Ho quindi lavorato con lui per tredici anni portando avanti questa relazione di coppia e di lavoro svolgendo le mie mansioni in fumetteria e facendo il libraio. Prima avevo lavorato in librerie generiche, poi per tutti questi anni ho lavorato nella fumetteria citata fino ad ora e che si chiamava… “Altroquando”, prendendo il nome dallo storico speciale numero 2 di Dylan Dog. A suo tempo c’erano stati numerosi primi clienti della fumetteria che suggerivano vari nomi possibili per chiamare la fumetteria (tra cui anche “La Zona Negativa”) fino a quando Salvatore non ha scelto “Altroquando”. È stata una fumetteria abbastanza particolare, perché inizialmente era un’edicola e poi si è ampliata ed è diventata anche una fumetteria. Tutto stava all’estro di Salvatore che era una persona molto particolare: era un uomo che ha viaggiato molto, era sostenitore dei diritti LGBT, era impegnato politicamente, era un anarchico ed aveva un’occhio di riguardo alla controcultura. Per lui il fumetto era soprattutto Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Filippo Scòzzari, Giuseppe Palumbo, etc. Questo tipo di fumetto era definito “fumetto d’autore”, termine che oggi non si usa più. All’epoca si usava “Fumetto d’Autore” per distinguere questi grandi fumettisti italiani dai generi popolari che venivano visti sopratutto con il fumetto americano e supereroistico (il manga arrivò in un secondo tempo). Questa sua passione lo portò ad allargare la sua biblioteca non solo al fumetto ma anche alla piccola editoria alternativa per quanto riguarda anche saggistica, narrativa, libri in un’ottica progressista, anarchica, etc. Avevamo degli accordi con dei marchi editoriali molto particolari come per esempio Malatempora e Castelvecchi. Ci allargammo così a varie cose e organizzammo anche delle mostre: all’epoca non esisteva ancora una mostra del fumetto e non esisteva ancora Internet (o perlomeno all’epoca era alla sua preistoria) e quindi i canali erano diversi. Molta gente che coltivava questo interesse per fare mostre e riproduzioni si appoggiava a questo cenacolo e quindi la nostra fumetteria era diventata un punto d’incontro per questi ragazzi che volevano fare fumetto cercando di diventare sceneggiatori e illustratori, così noi organizzavamo delle piccole mostre all’interno della fumetteria stessa.

Altroquando comicon
(Filippo Messina agli Alchemy Comics and Games 2018 nella foto)

A volte le mostre diventavano anche invasive perché c’era gente che si inventava cose astrose e complicate: fu un bel periodo abbastanza lungo ed ho conservato un blog in cui ho recuperato e dato testimonianza di tutta questa memoria storica dell’attività. Avevamo anche dei rapporti diretti con certi editori: c’è stata per esempio un’amicizia di lunga data con Leo Ortolani che all’epoca era agli inizi e con cui siamo rimasti in contatto (e tutt’ora continuiamo a sentirci). Contemporaneamente portavamo avanti anche battaglie per i diritti civili, abbiamo contribuito anche all’arrivo del primo pride a Palermo nel 2010 e varie associazioni mobilitanti dell’epoca. Salvatore, che io sostenevo sempre, fondamentalmente mischiava la passione per il fumetto, la narrazione e l’immaginazione con le lotte per il sociale, la solidarietà e la politica: era una cosa molto interessante e molto strana. Ad un certo punto successe un lungo periodo di discesa perché le fumetterie, come attività privata, sono in crisi da tanti anni (una crisi che continua ad andare avanti e che continua a mietere vittime) e contemporaneamente a questo periodo Salvatore purtroppo si ammalò (una malattia molto gravosa perché nel giro di sei mesi non c’era più), io non avevo i mezzi per mandare avanti la libreria (che oltretutto era già piena di debiti) la quale poi è stata chiusa. Io quindi sono rimasto solo ed ho fondato un’associazione culturale che conservava il nome di “Altroquando” : a me piace pensare che siamo stati tra i primi nel 1991 a usare questa parola, però in Italia questa parola è stata usata da tutti e di più, come per esempio una libreria specializzata di cinema a Roma, un ristorante o un’associazione culturale. La mia si chiamava “Altroquando di Salvatore Rizzuto Adelfio” facendo quindi riferimento alla prima fumetteria di Palermo e alla persona di Salvatore. Ho fondato successivamente, appoggiandomi anche ad un’attività di Palermo che è il Teatro Mediterraneo Occupato, la biblioteca Salvatore Rizzuto Adelfio che è una biblioteca autogestita e specializzata soprattutto nella condivisione di fumetti. Il canale YouTube si colloca in questa storia: quando la fumetteria era nel suo ultimo periodo ho iniziato a fare video dell’associazione sul loro canale (video che poi sono stati riversati anche sul canale di Altroquando) ed era una rubrica che riguardava le uscite del mese. Pian piano io cominciai ad inventarmi dei video per cercare di sostenere la fumetteria nell’ultimo periodo ma ormai la fine era arrivata: la fumetteria chiuse, Salvatore morì e questo canale YouTube per me divenne un modo per continuare ad avere un dialogo da libraio sui fumetti al posto della libreria, cioè un modo per continuare un discorso, un rapporto, una conversazione con un certo tipo di pubblico interessato a certi argomenti come i fumetti. Non potendo più avere il rapporto di libraio, il canale YouTube mi è sembrato il modo più naturale, più facile e più pratico per poter rifugiarmi e continuare a dare voce alla nostra identità. Il canale YouTube nasce insieme all’associazione fondata e alla biblioteca per poter continuare un discorso che era iniziato come impiego commerciale ma era diventato anche un’attività di famiglia a scopo di condivisione culturale. Il mio canale infatti parla di fumetti ma lo fa in modo strano: io non penso a me stesso come ad uno youtuber, ma penso a me stesso come un libraio, un libraio vecchio stampo, di quello che conosce i fumetti e ama parlarne. Nello stesso tempo ho riversato in questo canale anche altri interessi: alcuni definiscono i miei video come recensioni, ma io non li definisco recensioni dato che infatti è molto raro che io parli veramente male di qualche cosa, perché io prevalentemente vado a prendere fumetti ed argomenti che sento di voler consigliare e che mi ispirano un ragionamento. Non mi interessa dire “questo è bello” o “questo è brutto”, non è il mio intento. Più che recensioni io preferirei definirli una specie di teatro di narrazione applicato al fumetto in cui c’è una precisa narrazione e una precisa caratterizzazione. Io da ragazzo ho fatto anche un po’ di teatro, così ho recuperato anche questa vecchia passione e l’ho trasferita sul fumetto, infatti i miei video presentano molta teatralizzazione del fumetto. Se devo parlare di fumetti devo diventare tutt’uno con il fumetto: ho avuto così questa idea (non so se sono stato il primo o meno) di interagire con le immagini trasferendomi all’interno di esse e allo stesso tempo presentando il video come una sorta di trailer dell’opera trattata, descrivendo diverse scene con musica, effetti sonori, come se fossero dei radiogrammi con il supporto delle immagini. Nello stesso tempo ci ho messo i miei studi di sociologia, perché spesso cerco di unire i puntini che suggeriscono certi fumetti e vedere un po’ cosa c’è dietro, trovando i riferimenti alla narrativa del passato, alla filosofia, etc. Cerco quindi di mettere dentro diversa cultura generale e quindi uso i fumetti per parlare anche di altro: questo è il mio tentativo e per questo sono perfettamente consapevole che il mio canale rimarrà di nicchia. I video che faccio sono dei piccoli show, non è un filo diretto con l’utente e se parlo dei fumetti ne parlo in un modo molto strano, un modo di parlare che non mi porta nell’interesse di un pubblico vastissimo. Il mio canale nasce quindi da questa storia: da un rapporto lavorativo e personale vissuto per molto tempo e dal desiderio di dare vita a questa esperienza e a questa mia passione.

BAMF - Umbrella Academy [di Gerard Way e Gabriel Bà]
(Filippo Messina nel video “BAMF – Umbrella Academy [di Gerard Way e Gabriel Bà]”)
Io: Da quando ti esprimi su YouTube l’ottica di qualche elemento della tua vita è cambiata anche solo minimamente?

Filippo: In qualche modo, anche se pure in minima parte, un po’ tutte le cose che fai ti influenzano ed influenzano il tuo modo di vivere o almeno il modo di relazionarti e di fare certe cose. In questo caso inevitabilmente devi confrontarti intanto con un pubblico che dà un certo riscontro e poi anche con i colleghi youtuber attraverso cui impari a collaborare, a confrontarti, ad avere scambi di vario tipo e così via. Quindi diciamo di sì: fare video influenza il modo di pensare, il modo di esprimersi e chiaramente tu non sei veramente te stesso quando compari nei video perché devi inevitabilmente inventare un personaggio ed inventare un linguaggio (magari anche semplificandolo molto a seconda dei casi rendendolo per esempio in un modo che tu non useresti quando conversi abitualmente). Ci sono poi anche altri modi e non per forza quelli che si utilizzano sono universali: io ho imparato ad essere molto diplomatico e diciamo che forse avere questa immagine pubblica rispetto ai tempi in cui non era una cosa circoscritta al mondo virtuale è decisamente differente perché riguarda un pubblico vasto di persone che non sai chi sono. Credo di essere diventato un pochino più diplomatico, un pochino più attento e un pochino più tollerante, forse (e sarà per l’età) anche un po’ più di certi colleghi che magari si scaldano un po più di me. Io credo di essere diventato un po’ più controllato e magari nella mia vita privata non lo sono, però nel modo di relazionarmi su Internet e su YouTube diciamo che sono diventato un pochino più pacifico e attento al modo di relazionarmi con gli altri.

Io: Pensi che oggi i fumetti stiano ancora influenzando enormemente la cultura generale come è accaduto per molti anni in modo da non avere nulla da invidiare ad altre forme artistiche o anche solo d’intrattenimento?

Filippo: In passato i fumetti hanno influenzato la cultura senz’altro, ma io non so quanto la stiano influenzando a livello artistico e la stanno influenzando parecchio sicuramente a livello commerciale un po’ più di prima per ovvi motivi come per esempio quello tecnico: la tecnologia si è evoluta in una maniera sempre più veloce parlando per prima cosa ovviamente del cinema. Il cinema ha cominciato a cannibalizzare il fumetto con una frequenza che prima non aveva e soprattutto il fumetto più vendibile e popolare di tutti che ora è principalmente quello nordamericano rappresentato dai supereroi. Quando io ero un ragazzino negli anni 70/80 facevano “L’Incredibile Hulk” in tv e ci sono anche stati film su Doctor Strange e Capitan America che erano pellicole molto povere e con effetti davvero accomodati. Oggi la computer grafica e gli effetti speciali odierni permettono di fare praticamente tutto. Se prima nei blockbuster e nel cinema commerciale ci si rifugiava molto nella narrativa d’avventura e di fantascienza il fumetto di supereroi è diventato una miniera su cui attingere a piene mani e da qui nasce questo proliferare: il cinema ora può realizzare tutto ed i supereroi sono diventati un trend vastissimo. Dal punto di vista commerciale i fumetti stanno influenzando tanto la cultura pop e stanno arrivando sicuramente ad un pubblico molto più vasto di prima: se prima a sapere chi era Spider-Man eravamo una ventina mentre oggi anche chi non legge i fumetti sa chi è Spider-Man, chi è Capitan America, chi è Thor e chi sono persino i Guardiani della Galassia. Tutto questo perché siamo talmente bombardati tra Internet, cinema, spot, giocattoli e cose varie che al limite uno conosce un supereroe anche solo per un bambino che vuole un determinato giocattolo. Tutto ciò prima non c’era o comunque era molto più ridotto. Per quanto riguarda l’arte non lo so perché il quesito artistico è una cosa sfuggente e molto particolare: io mi sono anche sentito chiedere sul mio canale se ritenevo che “Infinity War” potesse essere definito arte e sinceramente io penso di no. Per carità, si può anche non essere d’accordo, ma perché per me una cosa affinché venga definità arte deve avere tanti requisiti tra cui la resistenza al tempo: non si può dire che una cosa è un capolavoro o è arte se è appena arrivata. Deve influire sull’immaginario e bisogna vedere come invecchia nel tempo. Quello di cui ho parlato a lungo nel mio canale con il coronamento di questo universo cinematografico condiviso è lo sdoganamento ufficiale di un certo meccanismo che, se prima era solo dei fumetti, ora è stato portato al pubblico generalista attraverso il cinema. La Marvel ha messo insieme questo universo ed è riuscita con “Infinity War” in maniera buona a fare combaciare tutti i pezzi del mosaico che aveva disposto negli anni precedenti. Da qui a parlare di arte o di capolavori a me pare un pochino eccessivo e non ne sento nemmeno il bisogno: ci sono delle cose che hanno un loro valore d’intrattenimento che non hanno bisogno di essere valutate in una maniera particolare. Io faccio questo paragone quando si prendono determinati canta-autori molto importanti che a un certo punto muoiono e lasciano un intero patrimonio musicale molto importante, come per esempio Fabrizio De André, e si comincia a parlare di poesia… ma è necessario tutto ciò? Fabrizio De André per esempio è stato ed è grande nel suo ambito riuscendo a creare delle canzoni molto belle sia nel testo che nella musica, ma perché bisogna portarlo nell’ambito della poesia scritta? Il suo linguaggio era quello della canzone. Secondo me è anche un errore che rischia di banalizzare quello che nelle intenzioni è l’obiettivo di tutto, perché la gente trasferisce De André dalla canzone all’ambito della poesia per dargli importanza e non ne ha bisogno, perché André aveva già toccato il massimo dei livelli appunto nell’ambito della canzone. Le cose bisogna valutarle per quello che sono. Per l’arte quindi non lo so, perché valutiamo sempre qualcosa che nasce come intrattenimento: potrebbe esserci un giorno qualche cosa che è confezionato talmente bene e resiste al tempo in termini di trama tanto da essere arte, ma per me lo stesso Uomo Ragno (per me resterà sempre così anche se oggi la colonizzazione ci impone sempre l’utilizzo dei nomi originali) è un capolavoro della cultura pop già dalla sua nascita nei fumetti già come idea in sé: è il paradigma del supereroe con super problemi, del supereroe umanizzato. L’Uomo Ragno rappresenta un punto di svolta in tutto l’immaginario supereroistico già all’epoca negli anni 60: come concetto non ha bisogno di altre aggiunte particolari, perché è già un archetipo di quella che potremmo definire una mitologia popolare moderna.

L'Immortale Hulk [di Al Ewing e Joe Bennett]
(Filippo Messina nel video “L’Immortale Hulk [di Al Ewing e Joe Bennett]”)
Io: Come pensi sia messo invece il fumetto italiano dal punto di vista della qualità e dal punto di vista della commerciabilità?

Filippo: La commerciabilità è un discorso complicato ed è forse una domanda che non andrebbe neanche fatta a me perché è sfuggita completamente di mano la cosa. Intanto la gente non legge più: se prima già non leggeva più i libri ora legge sempre di meno anche i fumetti, tanto che molte fumetterie campano più su prodotti collaterali al fumetto come gadget, poster, giocattoli, pupazzi e via dicendo rispetto al fumetto stesso. Come facevo notare a Leo Ortolani in una conversazione di diverso tempo fa sembra che la stessa Marvel sia più interessata ai film che al fumetto: la popolarità dei fumetti è andata scendendo per come la vediamo noi di una certa età. Ironicamente il fumetto è prodotto per continuare ad alimentare e a pubblicizzare la produzione di film cinematografici e si dice che con il suo fatturato la Marvel potrebbe campare anche solo sul cinema. Per quanto riguarda il fumetto italiano dipende quale: abbiamo oggi, anche grazie ad Internet e a tanti meccanismi di autoproduzione, delle uscite molto interessanti e degli autori che riescono in qualche modo a prodursi da soli il loro lavoro e che andrebbero seguiti molto di più. Per il resto c’è il fumetto italiano storico di un certo tipo di autori che o non ci sono più o che vivono sugli allori, poi abbiamo il fumetto popolare per eccellenza rappresentato da produzioni come Bonelli, dipende da che cosa vediamo. Se prendi per esempio “Mercurio Loi” che è un fumetto un po’ particolare e di una certa qualità vedi che non lo producono più, mentre altre cose che attirano un certo pubblico sono sempre più ripetitive, come per esempio “Dylan Dog”: fino a quando vende continueranno a tenerlo in vita, ma in realtà ha esaurito il suo ciclo vitale da tanto tempo. Il suo rilancio non è servito a niente, perché non puoi rilanciarlo: è stato un fumetto che ha avuto il suo boom nel periodo in cui è stato rilanciato con le caratteristiche che aveva ed ormai ha esaurito la sua spinta di interesse. Per rilanciarlo bisognerebbe completamente cambiarlo e a questo punto tanto vale creare semplicemente un’altra cosa: è la maledizione della serialità che vale per tutti, americani e non. Gli americani vanno avanti a forza di reboot e rilanci con la Marvel che ha iniziato per prima e la DC che ha cominciato ad imitare certe pratiche della Marvel: ragionano come se il ciclo vitale del lettore medio fosse di 8-10 anni e danno per scontato che dopo questo periodo i lettori si allontanano e allora devono trovare un colpo di coda per rilanciare la serie. Continui reboot e rilanci vengono fatti quindi perché una generazione di lettori viene considerata esaurita ed allora azzerano tutto, rimescolano le carte e sperano di attirare una nuova generazione. In Italia questo meccanismo non c’è anche se stanno cercando di inserirlo in qualche modo con Dylan Dog e per come la vedo io non sta funzionando (e per ora le vendite sembrano essere calmierate, non penso che siano salite in maniera particolare da quando c’è stato il rilancio). Per il resto in Italia ci si affida molto alla serialità per le icone popolari come il fumetto di “Tex” che è ripetitivo al massimo, però puntano sul fatto che ci sono diversi lettori che non leggono molte altre cose e per ora, grazie al modo in cui le generazioni si tramandano tutto, sembra avere la sua durata immortale. Ora stanno provando a rilanciare “Mr.No” modificando il personaggio, l’ambientazione, etc. e quindi questo fa pensare che forse anche Bonelli sta cercando di assorbire delle lezioni di rilancio dagli americani. Io non la vedo molto bene la situazione fumettistica italiana sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista artistico. Ci sono tanti autori giovani e interessanti che si autoproducono, però non vengono molto sostenuti perché le cose più facilmente commerciali sono sempre quelle più collaudate e quindi c’è una forma di mantenimento del livello che rimane sempre uguale e quindi non sono molto positivo.

Io: I manga in Italia sono diventati molto popolari e ciò è stato molto ben accolto dagli appassionati perché hanno pensato che sia giusto che una cultura così diversa da quella occidentale entrasse nell’interesse dei giovani. C’è chi pensa tuttavia che tutto ciò possa diminuire la popolarità del fumetto occidentale. Tu ti trovi d’accordo con queste critiche?

Filippo: Assolutamente no, lo trovo assurdo ed anche un po’ razzista. Io ho vissuto prima l’arrivo degli anime e poi dei manga e ricordo una certa resistenza non degli appassionati di fumetti e di animazione, ma del pubblico generalista che ci ha messo un po’ ad accettare tutto ciò. I manga hanno avuto un merito in Italia, ovvero quello di avvicinare alla letture del fumetto un pubblico molto più variegato, perché bisogna ricordare che inizialmente fino a metà degli anni 90 era letto specialmente da lettori maschi. Non che le lettrici donne non esistessero, però era un pubblico molto più ridotto ed ha cominciato ad avvicinarsi e ad espandersi con i manga, con Dylan Dog e, per quanto riguarda poi i fumetti americani, con Sandman di Neil Gaiman, ma perché? Perché i manga hanno una differenza sostanziale dal fumetto occidentale: tutto. I manga sono prodotti con una cultura differente pensati a livello editoriale. Intanto nei manga trovi tutti i generi possibili ed immaginabili, mentre nel fumetto occidentale no. Forse ora dopo tanti anni, prendendo anche ispirazione dagli stessi manga, qualcosa comincia a cambiare, ma il fumetto occidentale è formato da storie d’avventura, supereroi, fantascienza, noir e polizieschi. I manga hanno tutte queste cose ed aggiungono le storie d’amore, le storie di sport, i racconti di iniziazione di un certo tipo, un fantasy particolare, le storie di vita quotidiana, etc. I manga hanno un rage di generi narrativi vastissimo che il fumetto occidentale non ha o non aveva e che ancora non ha rispetto al fumetto orientale. Inoltre in Giappone i manga sono progettati per essere destinati ad un pubblico ben preciso: o maschi, o femmine ed anche diverse fasce di età. Hanno questo modo di progettare e pensare di fare un prodotto prima di stamparlo: qui da noi non c’è e non c’è mai stato. Quindi questo che cosa ha concordato? Ha concordato che arrivando e crescendo il mercato dei manga in Italia ha portato una ventata di novità notevole, perché le cose che c’erano nei manga in Italia non si erano viste mai. Non era solamente una questione di cultura diversa perché riguardava un’estetica della grafica e della morfologia dei personaggi, ma anche il modo di raccontare e non solo i generi, ma proprio per la narrazione che è diversa da quella occidentale. Un fumetto seriale americano o italiano incomincia presentando il personaggio, la sua genesi, le sue origini, il suo cammino etc. Nei manga non è quasi mai così: spesso ti ritrovi nel mezzo della situazione in corso d’opera, in mezzo ad un mondo dove c’è già una storia in corso e devi mettere i pezzi insieme un poco per volta. Hanno un modo di raccontare diverso per cultura e per storia (si tratta pur sempre di un paese con una storia differente). Quindi io non sono d’accordo proprio per niente con chi dice che tutto ciò inquina la cultura occidentale e mi sembra appunto una cosa un po’ razzista: sento raccontare da chi ha frequentato certe scuole del fumetto (non lo dico per certo perché non ho un contatto diretto) che si tende a minimizzare e a trattare con un po’ di spregio il fumetto giapponese. La cosa non mi piace, anche perché è un discorso scolastico di insegnare ai fumettisti sbagliato a prescindere, perché bisognerebbe insegnare a loro ad amare e a comprendere un po’ tanti linguaggi del fumetto. Per come la vedo io gli insegnanti così impiegano una forma di razzismo e quindi non potrei essere più in disaccordo e più contrario.

Altroquando Dragon Ball
(Filippo Messina con in mano una copia del primo volume del manga di Dragon Ball nella foto)

Io: Qual’è la tua storia fumettistica preferita in assoluto? E la tua graphic novel invece?

Filippo: Questa è una domanda difficile, come è difficile rispondere quanto ti chiedono “Qual’è il tuo piatto preferito? Qual’è la tua canzone preferita? Qual’è il tuo film preferito?” Io dico sempre che non è possibile scegliere, perché per quanto possa esserci per ognuna di queste cose ciò che tu ami in modo particolare non potrai mai stare a leggere, ad ascoltare, a vedere e a mangiare sempre le stesse cose. Tra graphic novel e storia preferita più che dirne uno posso dirne un bel po’: al di là di quelli più scontati come “Watchmen”, “V Per Vendetta”, etc. a me piace nominare (anche per portare gli altri a scoprirlo) un’opera che è arrivata da noi in un periodo successivo e che è molto particolare. Quello a cui mi riferisco è un fumetto di un autore neozelandese poco noto in Italia che si chiama Dylan Horrocks intitolato “Hicksville”, un atto d’amore verso chi legge i fumetti e verso il fumetto in sé. In quest’opera ci sono tanti riferimenti a fumetti famosi che nella storia vengono camuffati ma comunque si capisce che sono riferiti alla Marvel, al rapporto tra Stan Lee e Jack Kirby e a tanti altri rifermenti ad autori famosi. Inoltre rappresenta il fumetto come una mappa della vita: i fumetti sono mappe disegnate che guidano in un viaggio. L’opera di Dylan Horrocks è una bellissima storia, è poetica e dà una visione del fumetto molto particolare.  

Io: Su quali basi poni le argomentazioni per i tuoi video?

Filippo: Come dicevo prima io non faccio recensioni perché è raro che io debba parlare male di un preciso elemento, a meno che non sia qualcosa che mi abbia fatto arrabbiare per un motivo particolare tanto da farmi sentire il bisogno di spiegarlo e dire la mia. In genere io consiglio delle letture, oppure una lettura mi ha ispirato un pensiero che sento di condividere. Sostanzialmente tutto questo cos’è? Prima di tutto il fumetto deve avermi detto qualche cosa: deve avermi fatto scattare dei pensieri anche paralleli che voglio poi mescolare al fumetto stesso. Inoltre non parlo solo di fumetti, ma ho anche una rubrica in cui parlo di cliché e di vari archetipi del mondo supereroistico. Ho fatto per esempio un video sul concetto dell’identità segreta e mi sono ritrovato al parlare del perché Superman non viene riconosciuto attraverso gli occhiali: noi oggi non accettiamo questa cosa ma prima invece era vista in modo normale, perché gli occhiali erano un simbolo che raffigurava lo sfigato, era una sorta di protesi che raffigurava la debolezza oppure anche una persona poco interessante. Oggi non è più così e gli occhiali sono molto più diffusi, ma bisogna connotare il personaggio di Clar Kent nel tempo in cui è venuto fuori. Attraverso questo concetto una persona non riconosce qualcuno così debole compiere delle imprese eccezionali con il mantello e diventa così un discorso di percezione psicologica e di pregiudizio. Il discorso riguarda anche la percezione: se tu vedi un personaggio tutti i giorni non lo riconosci nel compiere imprese incredibili perché sei abituato ad aspettarti da lui altre cose. Alla fine è un discorso sociale in cui noi vediamo dei pregiudizi in certe persone che in realtà possono avere un grandissimo potenziale. Si può tirare in ballo nel discorso di Superman anche Pirandello: la simbologia di “Uno, Nessuno e Centomila” tira infatti la questione che ognuno può vedere un determinato individuo in modo diverso, così la gente guarda Clark Kent ma non lo vede veramente perché non gli dà importanza e per questo non lo vede veramente quando è Superman (e ci sono infatti tanti Clark Kent nel mondo). Quindi io tengo a prendere degli spunti da un fumetto o dai cliché di un fumetto per parlare anche di cose che possono riguardare il sociale, la psicologia e la simbologia che un fumetto può suggerire (come in questo caso la doppia identità tra Superman e Clark Kent).

Super Ergo Sum #20: Identità (più o meno) segrete
(Filippo Messina nel video “Super Ergo Sum #20: Identità (più o meno) segrete”)

Io: Che rapporto hai con la tua community?

Filippo: Devo dire che, almeno fino ad ora, ho un rapporto abbastanza buono. Sarà perché il canale è di nicchia ed il numero è ridotto. Io, finché ce la faccio, cerco di rispondere un po’ a tutti anche solo per ringraziare quando lasciano un giudizio positivo. Sono abbastanza soddisfatto perché è un pubblico interessato che fa diverse domande: è vero che mi chiedono pure consigli sulle letture, ma a volte fanno degli interventi. Vedo che il mio pubblico segue in maniera interessata le cose di cui parlo. Infatti i commenti che mi lasciano sono apprezzabili e portano a delle conversazioni che hanno un loro senso. Ovviamente gli haters possono anche capitare perché capitano a tutti: se i numeri un giorno crescessero (cosa che vedo alquanto improbabile) sicuramente si moltiplicherebbero anche le cose negative, ma devo dire che in questo numero il rapporto è buono. Capitò un paio di anni fa per caso l’intervento di un hater che rompeva le scatole semplicemente perché riteneva che alla mia età io su youtuber non ci dovessi stare. Probabilmente i video neanche li vedeva, mi attaccava semplicemente sull’età ed io non sono neanche intervenuto, ma sono intervenuti chi mi seguiva. Non sono tuttavia intervenuti come spesso si intende per “interventi” quando si tratta di followers come per esempio quello che fanno i fan di Cicciogamer89 che si prendono a parolacce, ma sono intervenuti argomentando il fatto che YouTube è uno strumento e che chiunque ha il diritto di esprimersi smontando la sterile critica. Si vedeva quindi dal linguaggio che usavano e dalle parole che sceglievano che erano persone mature con un modo di relazionarsi di un certo tipo. Direi quindi che ho un rapporto con i fan abbastanza buono, perché chi si affeziona al canale è evidentemente gente che ha una sintonia con me, con gli argomenti che tratto, con il mio linguaggio o con il modo con cui tratto i fumetti.

Io: Se parliamo di cultura fumettistica non possiamo non citare quella cinematografica perché come hai detto tu ha influenzato notevolmente tutto ciò. Trovi enormemente importante la fedeltà della trasposizione cinematografica verso l’opera originale?

Filippo: La risposta più breve è no, non la trovo importante. Quello che voglio da un film è che sia un film buono. Se il film è buono, è interessante, è divertente o è intrigante me ne frego che sia fedelissimo al fumetto originale. Ci sono dei film che riescono a prendersi delle differenze però ad essere allo stesso tempo fedeli nello spirito generale. Basta prendere i primi X-Men di Bryan Singer: le differenze erano tante, a partire dall’aspetto di Wolverine (interpretato da Hugh Jackman) che a sua volta ha cambiato aspetto nei fumetti. Succede infatti anche il fatto che il fumetto tende ad omologarsi al cinema. Anche gli Spider-Man di Raimi si prendevano qualche libertà: qualcuno disse che gli Spider-Man con Andrew Garfield erano più fedeli ed io questa cosa non l’ho mai capita, perché per come la vedevo io ognuna delle due letture fatte da Raimi e Webb si prendeva sia le sue libertà che le sue fedeltà in maniera pari. La questione è che io voglio un film di qualità che mi trattenga o che mi interessi nei temi. Se poi i personaggi sono identici o hanno una storia diversa non me ne frega niente. Ancora meno il discorso dell’etnia dei personaggi: ormai ci tormentano con questa storia del politicamente corretto. Il politicamente corretto è un concetto giornalistico (a tal proposito ho dimenticato di dire che ho fatto anche il giornalista per un certo periodo della mia vita) che riguarda l’uso delle parole e dei linguaggi nel chiamare certe cose da cui sono derivate anche delle derive un po’ aberranti: è come chiamare gli handicappati prima portatori di handicap, poi disabili e poi diversamente abili e quest’ultima definizione è la cosa che fa arrabbiare gli stessi portatori di handicap. Si arriva a delle conclusioni stupide che finiscono con il sottolineare la diversità piuttosto che rispettarla. Il discorso di cambiare le etnie, il sesso o l’orientamento sessuale dei personaggi che sono situazioni che spesso vengono bollate con il marchio di politicamente corretto. In realtà tutto ciò non è niente né di politico e né di corretto: sono semplicemente dei modi che ha il cinema (o anche i fumetti in certi casi) di cercare di guadagnare dei clienti che appartengono a delle categorie rappresentate nelle opere che possono essere certe etnie, le donne e così via, ma a loro non frega niente di essere politicamente corretti perché sono delle strategie di marketing. Prendiamo il caso di “Fantastic Four” di Josh Trank che è un brutto film: si è parlato tanto male sul fatto che la Torcia Umana sia stata interpretata da Michael B. Jordan che è una persona di colore, poi però vedi il film e ti accorgi che se per magia tu puoi trasformare Johnny Storm in un giovanotto biondo, bianco e con gli occhi azzurri il film brutto rimane. Il problema non è quello e se il film fosse stato buono ce lo saremmo dimenticato perché non avrebbe avuto nessuna importanza. Ho letto un commento sulla serie di Krypton (che non ho seguito) che diceva che uno dei lati negativi era che nella serie ci sono delle persone di colore che fanno i kryptoniani… e allora? Vedendo i vari “Star Trek” abbiamo visto anche vulcaniani di colore con le orecchie a punta: se possiamo accettare che una razza aliena come i kryptoniani siano degli umanoidi con mani con 5 dita, con i piedi, con un naso, con due orecchie, bianchi e che sono del tutto confondibili con i terrestri perché non possiamo accettare il fatto che hanno le stesse etnie che hanno i terrestri? C’è quindi qualcosa che non quadra. Questo è il discorso del politicamente corretto, ma parliamo di un altro tipo di fedeltà: negli ultimi tempi è uscita la serie “Titans” prodotta dalla DC Comics che io ho seguito in lingua originale (ora è su Netflix) e l’ho apprezzata. La serie “Titans” ispirata ai giovani Titani della DC si prende un sacco di libertà, ma è interessante, è intrigante, i personaggi riescono a guadagnarsi la simpatia dello spettatore. Magari può non piacere a tutti, però il fatto che se ne andasse per conto suo a me non ha dato alcun fastidio, perché è tutto raccontato abbastanza bene, ha del buon ritmo ed è quindi un buon prodotto. Il fatto che fosse fedele non c’entra ed anzi, rendere diverse certe cose è anche consigliabile nel passare da un media all’altro.

Logo Mono #28 – Ripensando a Avengers – Infinity War (SPOILER)
(Immagine pubblicitaria del video “Logo Mono #28 – Ripensando a Avengers – Infinity War”)

Io: Questo importante fenomeno di massa, come ogni moda cinematografica che si rispetti, divide fortemente gli amanti della qualità artistica: c’è chi pensa che la commerciabilità abbia ormai il sopravvento e c’è chi pensa invece che la visione di un autore possa ancora essere ben espressa attraverso questo genere. Tu con quale di queste opinioni ti trovi d’accordo?

Filippo: Un po’ nel mezzo, perché bisogna tenere anche conto di una cosa: quando viene prodotto un film entrano nel gioco tanti interessi e tanti ruoli che noi, che vediamo il film finito, non vediamo. Se prendiamo per esempio gli “Spider-Man” di Sam Raimi, che possono piacere o non piacere (nel secondo caso soprattutto il terzo che è decisamente in caduta libera perché appunto hanno imposto a Raimi di mettere qualcosa che non voleva), mostrano sicuramente l’impronta del regista. “Hulk” di Ang Lee, che secondo me andrebbe anche rivalutato, è un film molto autoriale: un Hulk raccontato in un modo diversissimo da quello del Marvel Cinematic Universe che ha la sua simpatia ma allo stesso tempo è andato a perdersi di identità e secondo me si è allontanato anche all’Hulk fumettistico perché ad un certo punto è fin troppo addomesticato perché è troppo sotto controllo ed il personaggio raramente lo è stato. Il film di Ang Lee, pur prendendosi molte libertà e pur essendo un film d’autore anche difficile da seguire, era molto più attento a tutta la mitologia del personaggio attraverso gli anni di quanto non sembrasse, perché c’era tutto l’aspetto psicanalitico, il rapporto con il padre che in seguito diventa la sua nemesi per eccellenza perché si ibrida tra il personaggio del padre ed il personaggio dell’uomo assorbente. C’è quindi nel film un tocco d’autore, così come lo utilizza James Gunn in “I Guardiani della Galassia”: quando un autore c’è il tocco si vede ed è una cosa buona, tuttavia questo non vuol dire che un autore sia sempre una garanzia di qualità, perché deve avere a che fare con esigenze produttive, con una direzione che la produzione gli impone e tante cose. Se sono tra la commerciabilità e l’autore? Direi nel mezzo, perché sono dei prodotti che nascono inevitabilmente per essere commerciali e quindi non possiamo aspettarci che non lo siano, io guardo anche in questo caso alla qualità e per qualità intendo dire qualcosa che mi possa intrattenere. Il fatto che io non abbia apprezzato “Aquaman” che mi fa chiedere come mai mi piaccia così tanto a tal punto che gli incassi, grazie al passaparola, abbiano superato quelli di “Il Cavaliere Oscuro”. A me la trilogia di Batman di Nolan è piaciuta, però non è che la veneri in maniera particolare: sono dei film buoni, dei film interessanti, dei film molto particolari e con un taglio d’autore molto specifico, anche perché Batman si presta a quella lettura li mentre altri personaggi no. Alcuni hanno preteso di prendere l’impostazione del cinema di Nolan su Batman e di applicarla ad altre cose con esiti disastrosi perché non c’entravano niente. Tornando ad Aquaman ci sarebbe un’immagine sociologica nel capire perché stia piacendo così tanto e stia guadagnando così tanto, perché la cosa secondo me va al di là dei meriti effettivi del film ed io sono uno che a differenza dei miei stimatissimi colleghi youtuber con cui mi relaziono non si è azzardato mai né al dire “capolavoro” (una parola abusatissima: già a inizio 2019 ho perso il conto di film definiti in questa maniera partendo anche da “Aquaman”) e né “schifo” o “aborto”. Può essere anche che un film è semplicemente bello o carino, oppure semplicemente mediocre o dimenticabile, non c’è bisogno di strapparsi le vesti in questa maniera. “Aquaman” a me ha annoiato, però evidentemente dei meriti di vendita li dovrà avere se è piaciuto ad un vasto pubblico: quello che ho visto in “Aquaman” è che un film che ha messo di tutto e di più cercando di agguantare quanto più tipi di pubblico diverso possibili. A me non è piaciuto per esempio perché ho trovato il protagonista molto meno eroico di quanto dovrebbe essere e delle cose della trama le ho viste allungate in una maniera eccessiva. Io non sono un esperto del cinema, ma penso che probabilmente in questo periodo c’è una voglia di leggerezza da parte del pubblico e per questo sta facendo un successo così grande.

Io: Su YouTube molti ti hanno conosciuto grazie alle live di “Facce di Nerd. Cosa pensi delle live del gruppo in generale e come sei entrato a far parte di esse?

Filippo: Sono entrato a far parte di esse nel modo più semplice di questo mondo. Io e Matioski ci conoscevamo già da prima, perché io avevo recensito sia in forma scritta che in forma video sia “Skypocalpse” che poi “Webseries Are Dead”, entrambe webserie da loro create. Questo in qualche modo ci ha fatto mettere in contatto e fatto avere degli scambi: nel frattempo il mio canale è andato crescendo ed a un certo punto Mattia mi ha contattato e mi ha chiesto se ero disponibile a partecipare alle live prima su MovietPlanetChannel e poi sul suo canale. Riguardo alle live in generale la nostra è abbastanza particolare ed io lo dico sempre pubblicamente quando le facciamo: noi in realtà parliamo di fumo e di niente, perché spesso ci ritroviamo a discutere di rumors, di cose che magari non vedranno mai la luce, di prove costume che magari ci saranno o non ci saranno e appariranno diversamente, quindi è tutto un pretesto per stare lì. Raramente, quando parliamo di un film che abbiamo visto e ci confrontiamo sulle nostre opinioni diverse di film, entriamo su qualcosa di più concreto, però spesso parliamo del nulla ed è un pretesto per mettere in scena i nostri personaggi nerd ognuno diverso dall’altro per metterli a confronto parlando appunto di rumor (per esempio quando abbiamo parlato del camera test del Joker di Phoenix nonostante ancora non si sa bene come sarà). Le nostre live sono dei talk show ed i nostri show sono fatti per fare chiacchere con le persone, sono fatti con le persone che conversano avendo stile e simpatia. Avendo sviluppato affetto e simpatia con tutte le persone che partecipano penso bene di tutto ciò perché sono dei momenti di confronto e dei momenti di incontro. Persone che ho incontrato e che seguono delle live mi hanno detto che queste piacciono per il fatto che piace sentire parlare noi e non è tanto di che cosa parliamo e questo penso che sia un bel complimento. Le trovo affollatissime le nostre live, tanto che a volte non tutti riescono a dire le cose che vorrebbero dire, però è anche il bello della situazione perché per l’atmosfera caciarona ci sono tanti luci diverse. Ormai “Facce di Nerd” è anche una creatura mia e ci sono affezionato anche per questo. Tralaltro diversi iscritti nel mio canale mi arrivano perché mi hanno visto in “Facce di Nerd” e devo ringraziare Matioski per questa mia visibilità, perché la piattaforma è satura ed è difficilissimo farsi notare, per questo se non ci fossero queste occasioni sarebbe ancora più difficile. Per questo posso solo essere grato a “Facce di Nerd” per la mia visibilità.

Io: Su “Facce di Nerd” sei spesso considerato da diversi utenti il più analitico del gruppo per l’approfondimento sugli argomenti e per la tua capacità espositiva: come ti fa sentire questa cosa?

Filippo: Se è vero io posso solo ringraziare per questo. Da un lato, come prima avevo sottolineato, c’è il fatto che, prima di arrivare su YouTube, sono stato anche un giornalista e quindi mi sono abituato ad usare un linguaggio di certi termini attraverso una particolare struttura ed attraverso la sintesi, per questo mi esprimo in una certa maniera. Da bambino mi prendevano in giro dicendo che parlo come un libro stampato e quindi è una maledizione che mi porto dietro da sempre: c’è l’ho nel DNA. Se è vero che sono così apprezzato posso dire soltanto che mi fa piacere perché vuol dire che ispiro simpatia ed apprezzano quello che dico. Posso solo dire grazie. Per quanto mi riguarda è solo il mio approccio naturale a certe cose ed io non posso fare altro che analizzarle in un certo modo: anche quando non mi piace una cosa non mi accanisco insultandola e basta, ma cerco di spiegare il perché quella cosa non mi è piaciuta.

Altroquando fumetti
Filippo Messina nel video (“Super Ergo Sum #20: Identità (più o meno) segrete”)

Io: Cosa pensi di YouTube Italia in generale?

Filippo: Io penso che YouTube in generale sia un grande potenziale sprecato per tanti versi, perché da un lato è considerato un territorio da uso e consumo esclusivo di giovanissimi e quando intendo per giovanissimi mi riferisco a ragazzi sotto i diciotto anni. È questo il pubblico che porta i numeri più alti e che stabilisce se uno youtuber diventa popolare o meno. Dall’altro lato invece c’è della verità, perché vista la giovinezza del mezzo è normale che i giovani siano quelli che lo fruiscono di più. Mi dispiace però molto che i soggetti più maturi non sono una minoranza però sono molto silenziosi, mentre invece sono molto rumorosi quelli che rifiutano la piattaforma a priori ed è una cosa che io non sopporto, perché YouTube è una piattaforma dove puoi trovare di tutto. Tanto per cominciare non c’è soltanto il fenomeno degli youtuber: molti canali di YouTube Italia non sarebbero proprio inquadrabili nel concetto “youtuber”, perché sono strutturati in una maniera tale che presentano un po’ dei piccoli documentari, dei servizi informativi. YouTube ormai si identifica come un soggetto giovane con un pubblico di giovanissimi e spesso per questo gli adulti sono molto superficiali. Su YouTube Italia abbiamo tante cose che magari non hanno numeri altissimi anche se alcuni si difendono bene: nell’ambito del cinema abbiamo Federico Frusciante con il quale si può essere d’accordo o meno però è una grandissima intelligenza ed ha un modo di approcciarsi per me interessantissimo, poi abbiamo Sinema Exit che è un canale con numeri purtroppo contenuti ma che parla di cinema Underground e di retroscena della vecchia Hollywood in maniera molto attenta, oppure abbiamo ShivaProduzioni che si occupa di cinema estremo… e questo parlando solo di cinema, perché abbiamo tantissime altre cose. Abbiamo per esempio Breaking Italy che fa l’opinionista: tutti questi personaggi andrebbero definiti come youtuber? Non lo so. Io stesso sono uno youtuber? Uno youtuber è un soggetto che opera su YouTube però con uno stile specifico. Molta gente di una certa età rifiuta il mezzo di YouTube identificandolo in modo più superficiale e a volte più deteriore come se fosse trash ed è una cosa che a me fa rabbia, perché questo vuol dire anche che non si è presa il disturbo di conoscerlo e di approfondirlo. I pesci più pregiati si scoprono quando si fa immersione, altrimenti la me**a galleggia. Quindi mi fa un po’ rabbia che venga sottovalutato e mi auguro che venga scoperto e che gente molto più matura si applichi di più sull’argomento ma secondo me ci arriveremo, sempre che YouTube non cambi per scelte sue interne perché ricordiamoci che è un’azienda che fa il cavolo che vuole, però intanto la maggior parte degli youtuber più storici non sono più ragazzini neanche loro. Io intanto mi auspico perché ci sia gente più matura che porti i suoi contenuti e che una buona volta ci si basi sull’essenza del video e non sempre e solo sul soggetto del contenuto.  In questo modo la piattaforma può essere sdoganata come strumento che diventi un’alternativa alla televisione come mezzo d’intrattenimento e di informazione (ma basterebbe anche solo il primo elemento): io la televisione non la guardo praticamente più e mi intrattengo con YouTube. Io seguo Frusciante, seguo Victorlaszlo88, seguo gente che fa teatro e comicità come Willwoosh che ha iniziato facendo i cabaret ed era bravissimo (a me piacerebbe che tornasse a fare comicità di quel genere, forse lui lo ritiene superato e mi dispiace perché era divertentissimo).

Io: Beh, probabilmente Willwoosh sta cercando anche spazio nel mondo dello spettacolo, perché Willwoosh è anche abbastanza bravo come attore, pure se dovrebbero dargli più spazio perché c’è il pregiudizio da quando ha fatto “Fuga di Cervelli”.

Filippo: Non solo quello, perché io temo, avendo visto che è tornato molto attivo su YouTube nell’ultimo anno, che la sua carriera nel mondo dello spettacolo al di fuori di YouTube abbia subito una battuta d’arresto, perché adesso pubblica video molto più spesso, ma non lo so. YouTube può di certo essere una valida alternativa e per me lo è stato non per vendere libri e fumetti, perché l’attività commerciale non ce l’ho più e la biblioteca Salvatore Rizzuto Adelfio è una cosa culturale senza scopo di lucro, ma per avere un rapporto con il mondo esterno e poter parlare di cose che più mi piacevano e più mi interessavano. Ci sono anche gruppi di compagnie teatrali che presentano su YouTube del doppiaggio alternativo o filmaker che fanno delle webserie, cortometraggi o musica autoprodotta oltre che le tante recensioni di questo o di quello: c’è di tutto e di più. YouTube andrebbe scoperto e cercato anche nei suoi numeri più contenuti, però bisogna andare a cercarlo: bisogna immergersi in YouTube, viaggiare al suo interno, navigare ed andare alla scoperta di tutte queste cose. Se ci si ferma a quelli che arrivano alla ribalta e diventano popolari, spesso anche perché hanno una popolarità negativa, allora non va bene. C’è un grosso pregiudizio: YouTube è uno strumento e va impostato in maniera ragionata.

Io: C’è uno youtuber con il quale ti piacerebbe collaborare?

Filippo: Mi piacerebbe qualche volta fare una collaborazione con Federico Frusciante e qualche volta mi piacerebbe pure invitarlo a venire in biblioteca.

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