Intervista esclusiva all’Influencer Rob McQuack

intervista Rob McQuack

Abbiamo scambiato quattro chiacchere con uno dei più interessanti vlogger di YouTube Italia che sono capaci di creare dibattiti molto forti.

Su YouTube è facile trovare persone che amano parlare di argomenti sulla cultura pop (cinema, serie tv, videogiochi, etc.) e le live di gruppo su di esse sono diventate molto popolari grazie all’esplosione di Facce di Nerd. Molto più difficile invece è trovare una singola persona che riesca ad intrattenere benissimo il pubblico sugli stessi argomenti completamente da sola: stiamo parlando di Roberto Tavecchia (in arte Rob McQuack), vlogger avente un canale da oltre 4470 iscritti e che negli ultimi tempi si sta fortemente imponendo nelle live d’intrattenimento, destando interesse negli appassionati. Le sue argomentazioni molto spontanee ma allo stesso tempo molto dettagliate che mettono in risalto un tipo di analisi molto interessante sulla cultura ed il suo impatto sono un grande oggetto di fascino per gli utenti.

In questa intervista fatta al celebre youtuber, egli ha fatto diverse riflessioni per quanto riguarda il modo di pensare dei fruitori e dei produttori che portano al pubblico nuove opere, ma anche del suo rapporto con gli altri colleghi del web ed il suo scopo per cui continua ad andare avanti anche toccando argomenti scottanti. Vi auguriamo quindi una buona lettura.

Io: Come è nato il tuo canale YouTube?

Roberto: Il mio canale YouTube non è nato da una mia idea, nel senso che sono state altre persone a spingermi ad andare su YouTube. Io all’inizio non conoscevo YouTube al di fuori del gaming e pensavo di conseguenza che lo youtuber fosse semplicemente un gamer, anche perché io sono un vecchietto di 37 anni e quindi ero proprio fuori da queste dinamiche. Un giorno, mentre frequentavo l’accademia di recitazione, conobbi una persona chiamata Mattia Pozzoli che non sapevo ancora essere Matioski. Ho frequentato lui anche al di fuori delle lezioni per il semplice fatto che avevamo una passione in comune, ovvero l’essere nerd e quindi amare cinema, serie tv, videogame e via dicendo. Frequentandolo capitava di andare a mangiare insieme e con lui c’erano anche Mattia Ferrari, Giacomo Buzzoni, Davide Clerici che non sapevano fossero Victorlaszlo88, il signor Giacomo e Davide Plissken. Dopo un po’ di mesi, mentre ci stavamo salutando alla fermata della metropolitana, una ragazza si è fermata vicino a Mattia Pozzoli e gli ha chiesto se vuole fare una foto. Lui ha accettato ed io ho guardato stranito chiedendogli perché. Mattia mi ha risposto dicendo di essere uno youtuber, così, appena sono tornato a casa, ho cercato il suo nome su Internet e mi si è aperto un mondo. Inoltre Matioski stava per realizzare le dirette chiamate “Nerd Planet Live” sul canale “Movieplanetchannel” che poi si sarebbero evolute successivamente nelle live chiamate “Facce di Nerd” e siccome io già facevo recensioni per dei siti riguardo tematiche nerd mi ha detto che gli sarebbe piaciuto avermi tra gli ospiti. Dato che credeva che avrei potuto contribuire alla qualità del programma ho accettato nonostante avessi solamente un microfono… e non avendo una webcam sono diventato l’intelligenza artificiale di “Facce di Nerd”. C’è chi disse che ero lì solamente perché sono amico di Matioski e Victor, ma loro risposero dicendo che ero in trasmissione perché ne sapevo incentivando gli spettatori a farmi qualche domanda a caso. Sono stato molto fortunato perché mi hanno fatto domande su argomenti che conoscevo e da allora è nata la definizione dell’intelligenza artificiale grazie agli anni di passioni su cui mi sono documentato. Dopo un po’ Matioski mi ha chiesto come mai non aprissi un canale YouTube e Victor mi ha proposto di realizzare un programma sulle live perché a detta sua rimarrebbe ad ascoltarmi per mesi. Nei primi sei mesi il canale si basava sulle recensioni che erano altalenanti nell’accoglienza e ad un certo punto ho ascoltato il consiglio di Victor ed ho aperto la rubrica “Talk Nerdy To Me”, un live show basato solo sulle domande del pubblico che ho realizzato ispirandomi al fatto che ad un certo punto in “Facce di Nerd” molta gente non vedeva l’ora di fare domande… e quindi perché non realizzare delle live solo dedicate ad esse? Che succederebbe se l’argomento delle live lo scegliesse il pubblico? E poi il resto è storia.

Io: Spesso Twitch è considerato più conveniente di YouTube per quanto riguarda le live, eppure tu realizzi dirette su entrambe le piattaforme, come mai? Quali sono le differenze principali per chi vuole essere uno streamer?

Roberto: Il motivo in realtà è assai venale. Io ho un pubblico molto ridotto ed adesso, causa situazione Covid, il mio lavoro principale attualmente si è fermato, perché l’azienda per cui lavoro che si occupa di consegna, installazione e montaggio mobili sostanzialmente si riforniva in quella che è diventata la prima zona rossa in Italia, quindi da allora sono fermo. Per questo ho pensato di incentivare le mie entrate dividendole tra YouTube e Twitch. Nonostante io abbia i requisiti per avere la partneship su Twitch io l’ho rifiutata perché se diventi partner su Twitch non puoi più sfruttare anche YouTube e siccome io sono un canale piccolo in entrambe le piattaforme ho deciso di mantenere tutti e due i format, anche perché il pubblico che mi segue su YouTube non viene necessariamente anche su Twitch, poiché quest’ultimo è una piattaforma molto più pesante e non è sempre facile seguire tutte le dirette con i computer più vecchi che danno problemi di lag. Il pubblico che ho su YouTube prevalentemente rimane su YouTube ed il pubblico che ho su Twitch prevalentemente rimane su Twitch… e questo mi ha dato la possibilità di diversificare i format. Su Twitch ho molte più libertà da un punto di vista dei dialoghi e di temi e probabilmente oggi è proprio Twitch la piattaforma che preferisco, anche se per quanto riguarda l’esperienza del pubblico, che si sente magari propenso a donare ed intervenire, è molto più forte YouTube. Se nessuna delle due realtà si consolida io non scelgo una a discapito dell’altra proprio perché sono un canale piccolo, mentre invece capisco gli streamer con molti più utenti che caricano su YouTube solo video montati e fanno le live solo su Twitch facendo la partnership. Chi mi conosce sa che su YouTube le live sono completamente off-topic mentre invece su Twitch sono prevalentemente on-topic perché io faccio un lavoro di ricerca sulle principali testate. Quando trovo le notizie infatti faccio una breve ricerca, cerco di infarcire la notizia con un parere personale e poi sulla notizia in questione do spazio al parere del pubblico. Mi piace tantissimo avere questo scambio equivalente in cui io do un po’ di cose al pubblico ed il pubblico consiglia a me venendomi in soccorso, perché essendo un essere umano non sono onnisciente. Ho una community talmente figa che quando mi fanno domande ed io non so rispondere allora sono loro a rispondere, facendo anche delle discussioni parallele con altri utenti. Questa cosa è bellissima.

Facce di Nerd nuova live
(Mattia Ferrari, Mattia Pozzoli e Roberto Tavecchia in una celebre foto comica)

Io: Neanche a farlo apposta ti sei collegato alla mia domanda successiva: qual è secondo te il miglior modo di approcciarsi al pubblico? E quanto influenza il pubblico uno streamer che parla di argomenti legati alla cultura pop?

Roberto: Parti dal presupposto che io avevo tantissima paura di entrare su Internet perché ho avuto un’infanzia ed un’adolescenza da persona obesa, quindi sono solito prendermi la cattiveria della gente con diversi commenti body shaming e quant’altro. Da piccolo lo sentivo di più e crescendo mi sono creato una scorza di ciccia e quindi non mi toccano più certe cose, però la paura che potessi ritornare in queste dinamiche mi spaventava parecchio, perché io, assistendo a molte live, vedevo spesso che c’è anche il bisogno da parte delle persone di attaccare pure sul fisico. Infatti l’anonimato ti garantisce la possibilità di insultare qualcuno perché anche se mi banni mi creo un altro account e ritorno a fare la stessa cosa. La paura c’era, ma poi ho pensato: se provassi a crearmi una community dove questa cosa capita il meno possibile? Visto che spesso si va avanti con dissing, con flame, con odio ho voluto provare a creare una community dove c’è l’educazione. Io per primo sto utilizzando Internet da un punto di vista terapeutico, perché in questo modo riesco a smussare i miei difetti caratteriali come il fatto che magari ho poca pazienza, che sono permaloso e ripetitivo, etc. Pormi in un modo educato con il pubblico influenza il pubblico a fare altrettanto con te. Ogni tanto capita la mela marcia, però la cosa bella è che non devo intervenire io o  i miei moderatori, ma ci pensa proprio il pubblico a ignorarlo o a blastarlo. Portare un clima di pace e tranquillo aiuta le persone a stare insieme e mi sono reso conto di quanto la cultura pop in questo sia fondamentale, perché tantissime persone vorrebbero raccontare e condividere le proprie passioni con amici nella loro quotidianità e magari non possono perché hanno paura di essere etichettati come bambinoni e sfigati, quando in realtà le passioni non hanno età. Quante volte da piccolo mi hanno preso in giro perché prendevo un action figure o leggevo un fumetto? E quante volte io oggi prendo in giro quelle stesse persone diventate adulte che comprano un bruttissimo Funko Pop (dico così perché personalmente dal punto di vista estetico preferisco molto di più un’action figure) o che vanno a vedere al cinema un film tratto da una stessa storia che leggevo io da bambino? Oggi la cultura pop abbraccia un po’ tutti e soprattutto abbraccia anche persone molto più grandi, perché più la realtà si fa brutta e drammatica con tutte le pessime notizie e più noi sentiamo il rifugio di immergerci in storie fantastiche dove ci sono personaggi di finzione che salvano la giornata. Tantissime persone hanno trovato il coraggio di aprirsi e di raccontare le proprie passioni e proprio io, condividendo anche dei messaggi di apprezzamento che ricevo, dico spesso, se si ha dei canali, vlog, siti o quant’altro, di comunicarmelo in modo da spammarli perché cultura vuol dire condivisione. Tantissimi iscritti aprono vlog e canali di YouTube in cui parlano delle loro passioni… e sapere che ho ispirato nel mio piccolo della gente ad inseguire le loro passioni, fossero anche 10 o 15 persone, mi rende davvero più sereno.

Io: Uno dei tuoi particolari principali che ti distingue parecchio è la tua continua analisi accurata del marketing per capire l’accoglienza del pubblico del prodotto ed il modo di fare dell’azienda: secondo te a volte il marketing è più importante del film stesso a livello di impatto?

Roberto: Tendenzialmente alla fine dovrebbe essere sempre l’opera a guidare tutto quello che ne consegue e da qui anche il marketing. Il fatto è che il marketing inizia ancora prima che il pubblico usufruisca dell’opera, quindi non può essere assolutamente sottovaluta. Certo è che il marketing diventa vitale quando l’opera è mediocre, perché se il marketing riesce a vendere bene un prodotto che ha un sacco di lacune dal punto di vista artistico sostanzialmente il prodotto non va a floppare e va meglio di quanto sarebbe dovuto andare. Tuttavia c’è l’altra faccia della medaglia che rappresenta il problema, ovvero quando determinate opere, specialmente quelle che vivono in un universo condiviso, sostanzialmente deludono. Questo perché anche il capitolo successivo, che può essere migliore del precedente, purtroppo paga lo scotto della delusione del capitolo che è venuto prima. Pensiamo che “Star Wars: L’Ascesa di Skywalker” è andato benissimo al box office ma comunque i profitti sono dimezzati rispetto a “Star Wars: Il Risveglio della Forza”, segno che da primo film di Abrams in poi qualcosa è andato storto e la stessa cosa possiamo pensare di quello che è rimasto del DC Extended Universe: l’ultimo film su Harley Quinn ha floppato malissimo perché c’è ancora diversa gente che si ricorda della delusione di “Suicide Squad” e non poteva nemmeno colmare il vuoto di poter approfondire il Joker di Jared Leto non essendoci nemmeno quest’ultimo. Il marketing comunque resta vitale, perché l’idea che riconoscimenti come gli Emmy, i Golden Globe e gli Oscar possano comunque essere dettati dalla sola arte è un’immagine poetica e romantica ma che si discosta comunque molto dalla realtà dei fatti. Per esempio “Black Panther” ha sicuramente tutte le qualità per cui ha vinto i premi assegnati, ma dubito comunque che li abbia ricevuti davvero per quello e non per l’impatto culturale, dato che si tratta di un film che ha per protagonista il primo supereroe africano. L’impatto culturale che ha avuto in America tuttavia non prende emotivamente in Asia o in diversi posti dell’Europa, per questo è stato fondamentale un lavoro di marketing per cui il film ha avuto successo. Se i giocattoli, i gadget e qualunque altro prodotto collaterale legato al film non vendono altrettanto bene allora il prodotto è da considerarsi un flop, soprattutto se non parliamo di singoli film ma di opere legate ad universi condivisi sviluppati da multinazionali come la Disney e la Warner Bros.

Io: Ed un marketing geniale o mal fatto incide sulla tua valutazione del film effettivo?

Roberto: Certo. Un marketing geniale può portarmi in sala a vedere un film su cui non avrei speso un euro… e se scopro che non mi piace mi fa sentire preso in giro. Un esempio sono i trailer di diversi film della DC come quello di “Suicide Squad” che con il tema di Bohemian Rapsody era pazzesco, ma ti mentirei se dicessi di aver avvertito anche solo una volta lo stesso esempio avuto nel trailer. Quando il marketing viene utilizzato l’importante è che da una parte invogli alla visione e dall’altra parte non alzi troppo le aspettative, perché nel caso dovesse prendersi gioco di lui il pubblico non dimentica e sa essere vendicativo a tal punto che se fai un altro trailer bello la gente non è più attratta. Il marketing è importantissimo e lo dice uno che non l’ha studiato, ma si limita semplicemente a mettere insieme i puntini. Le cose che riesco a prevedere io, con molte persone che mi chiamano profeta (ride), le ottengo attraverso la deduzione, come il fatto che presto molte case di produzione punteranno ai film tratti dai manga. Perché? Perché la cultura orientale si sta espandendo, le licenze DC sono andate benissimo e quelle Marvel hanno esaurito le licenze di tutti i personaggi famosi salvo gli X-Men ed i Fantastici 4 che tuttavia devono ancora andare adagio con il confronto del pubblico per quelli venuti precedentemente, i primi perché sono finiti da poco e sono quindi ancora troppo fissi nella testa del pubblico ed i secondi perché bisogna ancora superare la delusione dell’ultimo reboot. Tra il pubblico sono fondamentali i bambini e le persone appassionate perché ti comprano i gadget collaterali, per questo dovrebbe essere meglio puntare su una licenza di un manga famoso con guadagni sicuri piuttosto che puntare su una licenza di un personaggio Marvel sconosciuto (tipo Shang-Chi) che è più rischiosa. A prima vista un bambino cosa può scegliere tra il nuovo film degli Eterni e il live action di Naruto? Ecco perché penso che stiamo per ricevere un’ondata di cinecomic provenienti da opere orientali.

Rob McQuack Facce di Nerd
(Roberto Tavecchia nella foto)

Io: Prendiamo una scelta di marketing che sta facendo estremamente discutere in questi ultimi giorni: la Snyder Cut. Diversa gente ha dubitato delle potenzialità della cosa dal punto di vista economico e tu hai ribadito più volte il perché su questo lato la cosa può funzionare, ma io voglio evidenziare come il tutto dal punto di vista artistico. Aver dato ad un regista l’opportunità di mostrare un’opera secondo la propria visione dopo che quest’ultima è stata, secondo dichiarazioni e fatti, modificata dalla produzione è una vittoria morale a prescindere dalla qualità?

Roberto: Innanzitutto è una vittoria umana, perché Zack Snyder è stato costretto ad abbandonare le riprese a causa del suicidio di sua figlia Autumn e da quel punto di vista l’unica cosa che ha portato avanti lui e sua moglie Deborah è stato semplicemente lavorare al film. Hanno impegnato anima e cuore in questo cut proprio perché così non pensavano al dolore del lutto ed hanno detto che questo film sarà proprio dedicato a lei, quindi dal punto di vista umano è un cerchio che si chiude. Sono molto contento di questa cosa perché l’idea che un’opera ti venga portata via, che solamente un quarto della tua opera arrivi in sala e che la gente ti dica che ad aver fatto floppare l’universo cinematografico sia stato tu e per di più con un lutto avvenuto da poco non è proprio una cosa felice. In seconda battuta va però precisato che è anche una vittoria commerciale: da quanto tempo numerose persone vogliono la Snyder Cut? Diversa gente è rimasta spiazzata da questa idea, perché sembra che la Warner Bros si metta i bastoni tra le ruote dato che deve lanciare il Batman di Robert Pattinson ma allo stesso tempo fa riapparire il Batman di Ben Affleck… ma non è la Warner Bros a volerlo, bensì HBO Max che è un’altra divisione. Anche se dovesse risultare una produzione superiore ai 30 milioni è comunque poco se si pensa che una puntata di “The Mandalorian” costa alla Disney almeno 25 milioni a puntata e la HBO Max può puntare a personaggi DC iconici mentre Disney Plus sta puntando a personaggi minori. Le azioni e gli abbonamenti di HBO Max sono decollati dopo questa cosa ed il film esce nel 2021, quindi ha poco senso abbonarsi adesso, ma ciò fa capire quanto ci sia la voglia di supportare il progetto. Questa cosa non risulterà un precedente perché è impossibile riportare e soprattutto rifinanziare tutti i film tagliati che non sono andati un granché al botteghino, però indubbiamente è un messaggio di grande indipendenza e forza quello che la HBO Max vuole lanciare. In pratica si sta presentando come l’unico servizio streaming che può accontentare tutto ciò che il pubblico vuole e basta infatti pensare che prima della Snyder Cut ha annunciato il revival di “Friends”, un’altra cosa considerata impossibile da molta gente ma che il pubblico desidera da tanti anni.

Io: In seguito a questo avvenimento diverse persone stanno protestando sul fatto che adesso tanti film potrebbero avere la cut che esce successivamente al film rilasciato nelle sale. Ovviamente questa cosa non può verificarsi per tutti i registi a livello di marketing ed economico e sarà molto interessante tutto l’impatto che la Snyder Cut avrà dopo il rilascio. A livello tuttavia artistico e morale, seguendo questa logica, anche registi come David Ayer e Josh Trank, i quali hanno ribadito più e più volte che la loro visione è stata tagliata e modificata dalla produzione, dovrebbero avere questa opportunità, giusto?

Roberto: Se i casi aumentano però genererebbe il problema che tutti vorrebbero una cosa del genere e la faccenda si farebbe più complicata. Se dovessimo parlare di giustizia è ovvio che ogni regista meriterebbe di arrivare in sala con il prodotto che ha fatto lui, però questa cosa non è possibile per tanti motivi. Prima di tutto motivi di marketing, motivi da parte di chi decide dandoti i soldi per l’opera ed ha un’idea precisa di quello che vuole mandare in sala. Infatti molti se la prendono del fatto che la Marvel non lascia libertà a diversi suoi registi, motivo per cui Edgar Wright ha lasciato “Ant-Man” e Scott Derrickson ha lasciato “Doctor Strange: Multiverse of Madness”, dato che la loro visione dell’opera si scontrava con quello che la Marvel voleva portare per quanto riguarda l’identità delle loro pellicole. È giusto che la Snyder Cut avvenga perché si sono presentati molti elementi giusti al momento giusto, ovvero il lancio di HBO Max in risposta a quello di Disney Plus ed il fortissimo desiderio da parte del pubblico, desiderio che non è stato espresso per le director’s cut di “Fantastic Four” e “Suicide Squad”. C’è una nutrita nicchia che vuole queste cut da parte dei registi, ma è una nicchia e non possiamo dire che questi movimenti stiano avendo lo stesso eco. Se infine questa cosa vale per tutti non avrebbe più senso dare un certo potere ai produttori. Dall’altra parte però l’uscita in streaming di determinate pellicole potrebbe aiutare una loro eventuale rivalutazione. Bisogna sempre capire nel tempo come le cose vengono rivalutate e come cambi la percezione del pubblico.

Io: E con questo mi hai già risposto ad una domanda che sto per fare. Sei profetico anche nelle interviste, complimenti. 

Roberto: Hai visto? (ride)

Io: Secondo te sarebbe conveniente oggi alle grandi case di produzione lasciar fare tutto ai registi quando si tratta di progetti dal budget molto alto?

Roberto: Dipende. Spesso l’idea di un regista può essere fighissima, come le trovate horror di Derrickson. Con “Doctor Strange” aveva le mani legate e con il secondo film gli avevano promesso che sarebbe stato più libero. Quando si è trattato della scrittura nessun problema, ma quando si è trattato di presentare le sue idee illustrate sono nate delle divergenze. Questo perché da una parte c’è l’ambizione ed il desiderio del regista e dall’altra parte c’è la demoscopica. Se io faccio un film che è puramente horror ma il mio target è quello delle famiglie, io rischio di giocarmi una buona parte di pubblico per i film successivi, quindi nel momento in cui io lascio libero un regista di fare un film horror quando il film precedente aveva una componente estetica molto ricercata ma senza horror allora diventa un problema, perché io devo mediare tra la visione del regista e quello che vuole il mio pubblico. Il problema è proprio questo: se la Marvel decide di rendere i suoi film vietati ai minori allora può decidere di lasciare più libertà al regista però si gioca buona parte del pubblico. A questo punto quindi si deve mediare tra la visione dell’artista e la visione commerciale dell’opera: io ti lascio libero ma comunque costruisco il recinto dettato dal pubblico. Io posso avere un animale in cattività, ma se non è in sicurezza ed il pubblico rimane scioccato dall’animale libero è un problema. Poi ci sono quei casi in cui tu vuoi rischiarti il tutto per tutto ed allora decidi di fare una cosa diversa dal solito ed uno di questi casi è “Joker” di Todd Philips. Lì Phillips ha avuto tutta la libertà creativa del mondo perché si tratta di un progetto sperimentale con un budget così ridotto rispetto agli altri progetti che in caso di flop non sarebbe stato grave… ed invece è andato talmente bene a livello di pubblico, critica e riconoscimenti che il suo successo è paragonato a quello dei film degli Avengers. La Warner ha potuto permetterselo perché il budget è stato minore e si tratta di un film stand alone staccato da un universo condiviso ed una cosa del genere la Marvel non la può fare perché every thing is connected e quindi non può assumersi gli stessi rischi. Tutto è dipeso dal tipo di realtà e di prodotto che vuoi fare: più investi poco e più puoi permetterti libertà, mentre più investi tanto e più le libertà diventano minime.

Io: Non crederai a quello che sto per dirti, ma la prossima domanda riguarda proprio “Joker” di Todd Phillips. Ma come ci riesci? (ride)

Roberto: Cosa ci posso fare? Sono un supereroe anche io ed il mio potere è quello della preveggenza. Purtroppo non funziona sempre altrimenti vivrei in una reggia. (ride)

Rob McQuack film
(Il logo del canale di Roberto Tavecchia)

Io: C’è chi ha affermato che il successo di “Joker”, essendo il film più particolare rispetto ad altri cinecomic, sia un segnale per indicare che il filone supereroistico sta per stancare il pubblico tra poco. Tu sei d’accordo con questa cosa?

Roberto: Il cinema, così com’è la televisione e tutti gli altri settori dell’intrattenimento, va a trend. Se ci fermiamo un attimo a riflettere sui progetti futuri siamo quasi a quindici anni di MCU e prima dell’universo cinematografico Marvel abbiamo avuto altri dieci anni di tantissimi film di supereroi slegati tra di loro. Presto saremo a trent’anni di film supereroistici. La moda andrà sicuramente a calare, perché parliamo del pubblico generalista che non è lo stesso che legge i fumetti. Il pubblico è abituato ad avere una storia con un inizio, uno sviluppo ed una fine. Se lo chiedi a me la fine più soddisfacente che il pubblico generalista potesse avere l’ha avuta con “Avengers: Endgame”. Ora devi chiedere al pubblico di ricominciare d’accapo con personaggi molto meno conosciuti e molto meno famosi salvo eccezioni. Bisognerebbe spingere emotivamente il pubblico nei confronti di questi nuovi personaggi e proprio qui si vede perché i film tratti dai manga sarebbero più convenienti: a parte che ci sono diversi personaggi famosi da sfruttare, le trame hanno un inizio ed una fine ed ogni singolo personaggio non sarebbe condizionato da una struttura di un universo che il pubblico è costretto per forza a conoscere. Per vedere il nuovo live action di “Attacco dei Giganti” non devo mica vedermi “Akira” ed io posso decidere di non guardare “Captain Marvel” per poi guardare “Avengers: Endgame” e vedere questa tizia bionda ti chiedi chi è e perché non è arrivata prima. “Joker” è sicuramente un segnale molto forte di come il pubblico si senta di premiare un cinecomic che sia differente dal solito approccio Marvel Studios. La Marvel non potrà riutilizzare gli stessi personaggi con volti diversi e quindi userà nuove licenze, ma queste nuove licenze fino a quando possono durare? Io mi sento così appagato dal finale di “Avengers: Endgame” che non sento il bisogno di vedere un altro film del MCU al di fuori del terzo Spider-Man. Sono convinto che presto vedremo non più quattro film Marvel all’anno, ma due film all’anno per poi spostarci dal cinema alla televisione. L’idea di fare un universo condiviso andrà man mano a cadere, soprattutto considerando che tutti gli altri universi al di fuori della Marvel non hanno avuto la stessa fortuna.

Io:  Il motivo per cui il cinema italiano non ha successo è legato spesso al fatto che la sala in generale non attrae il pubblico come prima e gli incassi ultimamente sono parecchio peggiorati, con pochi successi commerciali ogni anno. Secondo te un grosso investimento nel marketing con le pubblicità dei film e della sala potrebbe riportare interesse negli spettatori?

Roberto: In tutta onestà credo che l’unica cosa che in Italia stiano facendo bene è proprio il marketing. Quello che deve cambiare è qualche testa legata alle case di distribuzione. Quando si decide di investire per un progetto secondo me c’è anche una mentalità arretrata, una mentalità ferma ad un cinema che in Italia non funziona più, un cinema che non attira le nuove generazioni ma solo un pubblico di critici, di esperti e di una certa età. Io credo che là dove si decidesse di investire maggiormente su prodotti considerati azzardati ma sperimentali, però più inclini ai gusti dei giovani, il cinema italiano tornerebbe a guadagnare molto. Purtroppo troviamo sempre o pipponi drammatici, o film sulla criminalità, o film che ruotano attorno a situazioni amorose piene anche di triangoli o una commedia fatta da un comico che dopo spettacoli di cabaret prova a fare una sua pellicola, salvo due o tre chicche che possono uscire in Italia ogni anno come “Pinocchio” e “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone, “Lo Chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti ed altri film che escono dagli schemi per incontrare il pubblico giovane. Tutto questo si ripercuote anche nella televisione: basti pensare che le solite fiction e le solite serie non riescono a catalizzare i gusti dei più giovani, perché da una parte ci sono alcune lacune dal punto di vista attoriale e dall’altra c’è la mancanza di coraggio nel cimentarsi in produzioni nuove. L’unica maniera che si ha per essere competitivi nel campo nazionale ed internazionale è cambiare qualcuno ai vertici, qualcuno che abbia voglia di mettersi in gioco e di sperimentare. Negli ultimi anni, nonostante gli ascolti ed il box office siano in caduta libera, in Italia si sta sperimentando più di quanto si sia fatto negli scorsi anni. Agli ultimi David di Donatello abbiamo visto che c’era tantissima competizione e spesso si era anche indecisi su chi fare il tifo. Un altro esempio di sperimentazione è il film spin-off di “Gomorra”: noi non abbiamo mai fatto un’opera cinematografica che è il continuo di una serie televisiva, ma questa cosa è successa già in America e per questo stiamo abbracciando il modello internazionale e se vogliamo essere competitivi dobbiamo continuare su questo punto di vista. Il marketing funziona e bisogna variare ed aggiornarsi per attirare i giovani, perché se si continua a fare sempre le stesse identiche cose si otterrà sempre lo stesso identico pubblico. Davanti ad un sacco di voglia di sperimentare bisogna uscire da questa chiusura mentale e bisogna avere più coraggio di dare possibilità a chi vuole osare.

Io: Tu e Victorlaszlo88 fate spesso live insieme attraverso il programma “Vic&Rob”. Come ti trovi a lavorare con lui? Che cosa esprime realizzare live con altra gente? 

Roberto: Uno dei motivi per cui tante persone pensano che io abbia litigato con altri influencer è il fatto che la maggior parte delle mie puntate siano one man show. In realtà il tutto ha una dinamica: io sono stato conosciuto dal grande pubblico generalista come l’intelligenza artificiale di “Facce di Nerd”, successivamente sono stato conosciuto come colui che porta le notizie dal futuro nel DarkAndross Game Show di Twitch e dopo ancora sono stato conosciuto come l’insider che dà le dritte quando è ospite da Victor. Quando io ho aperto il canale avevo la necessità di fare dei format da solo, perché volevo sapere se alla gente piacevo se ero la spalla nei canali altrui o se piacevo come personaggio, quindi per me era indispensabile emergere come solista. Perché adesso sono emerse delle live con Victor? Innanzitutto perché lui crede tantissimo in me e perché lui si trova veramente bene con me. Potrebbe collaborare benissimo con gente che ha molti più numeri di me, ma lui è una persona estremamente genuina e spontanea e se ne frega dei numeri. Lui pensa che, se tu porti la qualità, i numeri arrivano da soli e secondo lui io porto tanta qualità e per questo gliene sarò per sempre grato. In seconda battuta ho avuto l’opportunità di passare con lui delle trasferte nella vita privata che possono essere i Lucca Comics e viaggi con gli amici. Abbiamo scoperto di funzionare in maniera molto genuina e spontanea e lui ha sempre detto che al di fuori della Svet io sono la persona con cui si trova meglio a fare delle live: dice che il tempo passa più velocemente, che si diverte un sacco e quando la stanchezza lo prende posso colmare una sua momentanea dimenticanza. Nemmeno io mi trovo bene con nessun altro come con lui a fare le live ed è una cosa che abbiamo coltivato in maniera naturale al di fuori di Internet e che poi abbiamo portato online. “Vic&Rob” nasce dall’esigenza di fare un programma differente da quello che facciamo entrambi, realizzando delle classifiche che in pratica erano delle tier list prima ancora che quest’ultime entrassero di tendenza. Spesso il pubblico interagisce e c’è chi ci dice che quando usciamo dagli argomenti della cultura pop, facendo per esempio delle live sulla pandemia o il Black Lives Matter, allora sbagliamo e riceviamo spesso delle shitstorm e persino minacce… e nel momento in cui questo succede capiamo che dobbiamo continuare a parlarne. Io non condanno le persone che sul loro canale non toccano certi argomenti perché ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma secondo me e Victor quando non ti schieri contro l’oppressore è come se ti schierassi con l’oppressore. Non voglio trasformare il mio format in politica e quando abbiamo parlato del Coronavirus non l’abbiamo fatto per monetizzare sulla faccenda, ma ne abbiamo parlato in relazione alle conseguenze che avrebbe avuto nel mondo dello spettacolo, approfittandone anche per ricordare agli spettatori di seguire le regole e facendo beneficenza pubblicando l’Iban della regione della Lombardia attraverso le donazioni. Quando parliamo di argomenti scottanti e delle persone protestano, allora capiamo che stiamo facendo male a qualcuno e continuiamo a schierarci dalla parte di chi ha bisogno di essere ascoltato. Victor lo fa spesso ed anche se io ho molti meno iscritti nel mio piccolo voglio provare a fare la differenza, perché nel momento in cui ho il privilegio di essere ascoltato da qualcuno questo privilegio non lo posso sprecare.

Victorlaszlo88 RobMcQuack
(Mattia Ferrari e Roberto Tavecchia durante una live dello show “Vic&Rob”)

Io: E cosa percepisci quando stai in “Facce di Nerd”?

Roberto: In “Facce di Nerd” mi sento a casa. Tanta gente pensa che non mi imponga e non parli abbastanza, ma in realtà io sono una persona tanto pacata e mi piace discutere con calma, mentre i miei compagni di viaggio si infervorano tantissimo per le loro passioni. Non è cattiveria, rabbia o odio, ma semplice vera passione. So cosa vuol dire avere una passione e me la prendo con calma e quando vedo che si alzano i toni mi diverto a guardarli ma non riesco ad inserirmi perché sostanzialmente sono una persona tranquilla. Se mi si dà spazio parlo oppure tendo ad alzare la mano d’avanti agli altri come si faceva a scuola. Il pubblico adora quando ci sono divergenze di opinioni e la gente si scatena. La cosa bella di “Facce di Nerd” è che quando usciamo per andare a cena le discussioni che facciamo sono esattamente quelle che si vedono in live. Per questo funziona, perché fondamentalmente siamo noi stessi. Ognuno di noi su “Facce di Nerd” si è fatto, anche non volendo, un personaggio all’interno della mitologia del programma. È bellissimo che grazie al pubblico ed ai tormentoni creati si sia costruito questa sorta di universo, questo Matioskiverse. Io mi trovo benissimo in “Facce di Nerd” e devo dire che Matioski è uno dei più equilibrati e bravi conduttori che abbia mai visto, anche perché non è da tutti riuscire a gestire un pubblico con tante personalità diverse ed io ad esempio non ce la farei mai a gestire un evento come ce la fa lui. È un luogo di scambio culturale costante dove tu te ne esci con una tua idea e Filippo se ne esce con una sua filippica (permettimi il gioco di parole) in grado di intrattenerti con la sua incredibile competenza (perché penso che sia il più grande divulgatore di fumetti che abbiamo in Italia) o ancora Victor che invece ne sa a pacchi sul cinema oppure Giacomo che solitamente è tranquillo ma appena gli tocchi il suo franchise passa da Bruce Banner a Hulk. È bellissimo vedere tutte queste persone così diverse gli uni dagli altri interagire con passione, amore e rispetto reciproco attraverso anche un pizzico di goliardia su un argomento comune. È un salotto molto bello ed è una realtà che per tanti anni ha consolidato YouTube Italia per questo.

Io:  E che cosa pensi di YouTube Italia in generale?

Roberto: A me YouTube Italia piace e non piace. Da una parte vedo tantissime persone molto più giovani e talentuosi di me fare un sacco di contenuti intelligenti, brillanti, coraggiosi e pieni di passione che però non hanno la popolarità che meritano, mentre poi invece vedo altri canali molto più leggeri, scanzonati e anche privi di contenuti che, con la forza dei personaggi al loro interno, finiscono sempre in tendenza. Io non sono fan del dissing e non sono fan degli hater. Capisco che si debba fare spettacolo, ma mi dispiace che tanta gente su YouTube polemizzi sulla televisione e dica che sia un sistema obsoleto e poi invece va a cercare lo stesso trash televisivo sempre sulla rete, tuttavia questo non è un problema dell’influencer che va ad accontentare le persone, perché, se vedi che in tendenza ci finiscono sempre prank finiti male o la propria tipa che le esce su what’s app, capisci che se vuoi continuare a lavorare con questo allora è ciò che devi fare. Poi ci sono le persone come me che magari non hanno la presunzione di crescere con chissà che cosa. Io sono perfettamente consapevole che con i miei modi di fare e con i miei contenuti che porto rappresento la nicchia. Alla fine non porto niente di nuovo e cambio al massimo il modo, ma mi ci approccio con la personalità di un lavoro. Si tratta del mio secondo lavoro e non quello principale, anche se a causa dei covid è diventato il mio lavoro principale perché non ho altre entrate, però ho intenzione di portare qualcosa di buono e spero di valore. Non ho la presunzione di riuscirci, perché quello me lo dirà il pubblico. Credo che comunque l’Italia  abbia l’opportunità ed il dovere morale di crescere e differenziare i propri contenuti perché sta perdendo terreno con gli altri paesi. Ripeto che però questo non è colpa degli influencer, ma è colpa del pubblico che crea quel tipo di contenuti, perché nel momento stesso in cui tu non guardi più determinati prodotti quei prodotti vanno a morire. Tuttavia, nonostante delle volte si passi davvero il limite, devo riconoscere che ci sono anche dei personaggi che riescono ad essere particolarmente coraggiosi e riescono a portare dei contenuti di valore. Secondo me una realtà che è esplosa su Twitch e sta avendo successo anche su YouTube a questo proposito è proprio il Cerbero Podcast. Per quanto delle volte possano essere discutibili alcune azioni del singolo membro del trio, è indubbio che portino dei contenuti di qualità. Questo per esempio è un modo di fare critica che a me piace e non li considero hater o persone che fanno trash, ma sono personaggi che hanno capito che linguaggio piace al pubblico. Quello è un ottimo esempio di come una qualità contenutistica si possa sposare con una forma molto coraggiosa e delle volte anche sul limite del rasoio.

Io: C’è uno youtuber con cui ti piacerebbe collaborare?

Roberto: Ce ne sono diversissimi e non ti faccio nomi solo perché mi sentirei di fare torto agli altri. In ogni caso io resto aperto a collaborazioni con chiunque là dove posso e dove è una cosa incline al mio modo di fare format. Se mi chiedessero di andare a fare critica ad uno youtuber io direi di no perché non mi occupo di critica ed andrebbe in conflitto con il tipo di format che voglio portare. Se si dice di parlare di cinema, serie tv, animazione, videogiochi e quant’altro allora sono propenso più che volentieri.

Intervista esclusiva al Collezionista di Ombre

Collezionista di ombre

Abbiamo scambiato quattro chiacchere con uno dei più forti esponenti di cultura su YouTube italia.

Su YouTube numerosi recensori cinematografici cercano di dare ampio spazio anche all’intrattenimento, in modo da riuscire ad aumentare la presa del pubblico e prenderne di nuovo, tuttavia c’è anche chi non segue le regole e riesce comunque ad attirare gente. Questa persona è Adriano Della Starza, in arte Collezionista di Ombre, il quale è riuscito a costruire una solida community che apprezza estremamente le sue argomentazioni dettagliate sul cinema. Gli iscritti del canale sono circa 4220, ma nonostante il numero possa sembrare apparentemente esiguo, il recensore si sta trasformando sempre di più in uno dei punti di riferimenti più alti per quanto riguarda la settima arte su YouTube Italia e questo lo dimostra anche le diverse collaborazioni che avvengono tra lui e youtuber iconici del settore.

In questa intervista fatta al bravissimo argomentatore, quest’ultimo ha parlato di diversi elementi che vanno dalla gestazione del suo canale al suo rapporto con gli altri colleghi, dal suo amore per il cinema al suo modo di vedere la percezione del pubblico e tante altre cose. Vi auguriamo quindi una buona lettura.

Io: Come è nato il tuo canale YouTube?

Adriano: Io ero abbastanza logorroico quando parlavo di cinema con gli amici e con i familiari. Le cene e le uscite spesso erano catalizzate dalle mie conversazioni sul cinema, finendo anche per discutere animatamente in argomenti con cui si poteva essere in contrasto, come l’ultimo film uscito, sullo streaming, sulla percezione della saga di “Rocky” da me non amata o su altre cose del genere. Così mia moglie, stanca di vedermi sempre arrabattato in queste discussioni, mi consiglia di aprire un canale YouTube in cui realizzo recensioni, così chi mi vuole ascoltare va lì e quando sono con le persone in carne ed ossa parlo di altro. Tutto questo è partito quindi da un consiglio di mia moglie per evitare discussioni. Il mio canale non lo definisco nemmeno un vero canale, ma mi piace chiamarlo “cloud” dove carico del materiale che chi vuole vede e chi vuole non vede. Certo, ufficialmente è un canale ma non ha la professionalità di un vero canale, perché non bado alla lunghezza, non bado al montaggio e non bado agli argomenti di tendenza: se esce “Il Buco” su Netflix e a me non piace non perdo tempo a spiegare come mai non mi è piaciuto, perché se una cosa la considero trascurabile la trascuro e se la considero imprescindibile ne parlo in continuazione. All’inizio montavo anche un po’ ed ero più attento ai dettagli della struttura visiva dei video, ma tutto ciò richiedeva molto tempo e per questo ho lasciato stare.

Io: Che effetto ti fa parlare di cinema in pubblico ed in maniera così dettagliata? La reazione degli utenti e la crescita del tuo canale ti ha fatto scoprire nuove cose rispetto a prima?

Adriano: Facendo l’insegnante ho sempre parlato di cinema in pubblico realizzando anche cineforum, con la differenza che il pubblico sono i miei alunni. Lì il tipo di confronto era ancora diseguale, perché avevo visto un sacco di film e loro pochissimi. Nel web, grazie al cielo, si finisce per confrontarsi con persone che hanno un background abbastanza importante e l’effetto che fa è quello di una conversazione. Questo si può notare anche nei commenti sotto i miei video: non sono mai flame o aggressivi. Come mi spiegò anche un mio stesso follower, ognuno ha un pubblico in base al tono che ha il proprio canale. Io ho un tono di pacatezza, di approfondimento e di analisi…. e di conseguenza ricevo toni di pacatezza, di approfondimento e di analisi. Nel massimo rispetto delle opinioni altrui si cresce insieme, perché io sono anche cresciuto confrontandomi con punti di vista diversi dai miei. Nell’intervista fatta a Mr.Marra ci siamo confrontati sulla visione di Fellini avendo dei punti di vista leggermente diversi sulla valenza politico-sociale dei suoi film, ma io ho ascoltato con molto interesse il suo punto di vista. Quindi si, il mio punto di vista è anche suggestionato dai punti di vista altrui e negli anni si modifica. A tal proposito, io lo modifico anche ascoltando delle persone che hanno visto pochissimi film. Sono sempre affascinato quando qualcuno parla di cinema e diversi punti di vista mi danno anche la possibilità di discutere nuovamente dello stesso film ma in maniera differente dalle altre: un punto di vista diverso dal mio non lo rigetto in quanto tale, ma cerco di assorbirlo. I miei follower da questo punto di vista mi danno tantissimo perché fanno spesso analisi approfondite dei film di cui parlo. Anche quando mi riferisco a film di cui penso di avere un quadro ben definito posso cambiare idea, quindi è un continuo work in progress.

Io: Negli ultimi tempi stai realizzando interviste live a famosi o anche solo particolari youtuber del settore. Qual è lo scopo di questa iniziativa?

Adriano: Questo si riallaccia proprio a quello che ho detto prima, perché lo scopo è fare emergere punti di vista diversi tra di loro e dal mio. Ci tengo infatti a precisare che fino ad adesso, come è giusto che sia, non c’è stato nessun intervistato che fatto dichiarazioni che sono lo specchio di quel che penso io. Ogni intervistato ha cacciato fuori le sue opinioni che non necessariamente io condivido in toto, ma dalle quali mi sento arricchito. Spero inoltre che questo percorso porti ad una crescita di chi vede queste cose e di me che le realizzo, perché la crescita c’è solamente se si mettono in discussione le proprie certezze o le proprie opinioni. Quindi stare sempre lì con il grimaldello delle opinioni altrui scardinando i propri pregiudizi ed i propri pensieri ferrei per ricostruire in continuazione quello che si è e quello che si pensa. Questo è un momento di confronto e spero di arricchimento per tutti. L’idea l’ho sempre avuta per anni, tuttavia a volte mi mancava il tempo e a volte la voglia, ma adesso ho iniziato questo percorso. Mi ha ispirato un giornalista francese, di cui adesso mi sfugge il nome, che per anni ha intervistato decine e decine di registi facendo anche le stesse domande, cosa che io non sto facendo ancora ma gli argomenti nel succo sono gli stessi. Questo giornalista fa notare quanto dei registi pensino in un modo decisamente opposto rispetto ad altri: c’è chi dice che la sceneggiatura è tutto mentre un altro dice che invece la regia è tutto, c’è chi dice che gli attori sono fondamentali  e c’è chi dice che invece è il regista a modellarli a suo piacimento come se fossero carni da macello, quindi determinate cose assolute per un regista sono scardinate da un altro regista. Questi esperimenti editoriali fanno capire come non esista una verità assoluta, ma tante realtà relative e la verità non esiste da nessuna parte e non ce l’ha nessuno, tanto meno io. Tutti insieme quindi cerchiamo di costruire un mosaico che risulti appagante per chi si confronta poi con questi contenuti. Sicuramente poi con il passare del tempo potrei invitare le stesse persone per realizzare le stesse domande in modo da ascoltare nuovi spunti determinati dal loro punto di vista differente da chi ha ricevuto le stesse questioni o anche solo per vedere se il loro punto di vista è cambiato. Penso quindi che questa operazione sia a scadenza illimitata, infinita.

Mr. Marra Cerbero Podcast
Adriano Della Starza e Davide Marra (in arte Mr.Marra) durante l’intervista a quest’ultimo.

Io: Pensi che i collezionisti di dvd e blu-ray influenzino fortemente il mercato cinematografico o si tratta di una parte molto piccola?

Adriano: Se intendiamo le vendite home video credo che ci sia, anche grazie alla rete, un settore che continua ad esistere dopo tanti anni e speriamo che rimanga proficuo. C’è un settore a livello internazionale, che sicuramente garantisce un certo guadagno altrimenti non esisterebbe già più, destinato ai collezionisti. C’è nel cinema come c’è nella musica con il vinile e come c’è nei libri, perché io sono anche un bibliofilo, cosa diversa dall’essere un lettore come è diverso essere uno che semplicemente vede i film rispetto ad un collezionista. Il collezionista, come sappiamo, cerca di avere pezzi pregiati, tra cui anche edizioni limitate o persino migliori di film che già possiede. Io a volte sono contraddittorio in questo concetto e divento collezionista solo in parte, perché pur di avere il film in dei casi mi accontento anche di un’edizione che non sia per forza quella più curata in assoluto. Il settore esiste ed è forte, perché c’è diversa gente che è disposta a spendere cifre particolarmente importanti per brandire ad una edizione molto curata o unica. Tuttavia in Italia questo settore non si vede, perché ci sono delle edizioni speciali, salvo ovviamente eccezioni date da precise case di distribuzione, che sono poca roba rispetto a quelle internazionali e l’offerta non è ampia se non forse per le steelbook. Per me l’importanza di un’edizione da collezione risiede già molto nei contenuti speciali di approfondimento che c’è in essa.  All’estero è una cosa diffusa, mentre noi ce li abbiamo soprattutto per film iconici o importanti. Questo mercato dei collezionisti esiste e non so ancora per quanto esisterà, ma di certo posso dire che non esisteva prima: le videocassette non permettevano tutto questo e paragonato ad oggi era qualcosa di abbastanza triste per un collezionista, perché avevi solo il film e basta, senza possibilità di scelta in particolari contenuti o edizioni. Il collezionista è amante nel cercare delle edizioni pregiate di film che già tiene per ogni singolo dettaglio in più, quindi si può dire anche che il suo modo di fare non finisca mai. Teoricamente tende all’infinito.

Io: Quindi tu non sei sicuro che nei prossimi anni il mercato dell’home video sparirà in favore dello streaming?

Adriano: Che sparirà no. Magari subirà delle contrazioni, ma probabilmente non sparirà, parlando sempre a livello internazionale. Penso che, nella peggiore delle ipotesi, alla fine in Italia  avremo parecchie cose uscite fuori catalogo che non verranno mai più ristampate. Tuttavia è anche vero che io sto vedendo dei film rilasciati finalmente in dvd adesso. Fino a qualche anno fa i film di erano irreperibili ed adesso invece stanno uscendo film di registi che prima erano introvabili. Se questa è una decadenza è una strana decadenza, perché in caso di quest’ultima certa roba complessa, datata, in bianco e nero ed anti-commerciale che può piacere solo ai cinefili non dovrebbe proprio uscire, eppure sta uscendo adesso. Io cerco sempre di essere pessimista e quindi dico che le probabilità che non abbia futuro siano alte, ma poi sarò il primo a gioire se i fatti mi daranno torto, anche perché le raccolte di un collezionista come ho detto non terminano mai, quindi c’è anche questa contraddizione che tende a far capire che forse le speranze della mancanza di una fine siano più alte di quello che si possa pensare.

Io: Sei favorevole ad edizioni speciali realizzate molto bene ma molto costose? Un esempio sono i titoli della Midnight Factory quando punta sui classici. Mi riferisco soprattutto ad edizioni che riguardano un singolo film, come quella di “Non Aprite Quella Porta”, la quale costava 40 euro alla sua uscita, rispetto a cofanetti come quello dei film di “Halloween”.

Adriano: Se il prezzo è dettato dal mercato io sono sempre favorevole. Ci hanno spiegato che questo è il miglior modo possibile. Secondo me non lo è, ma ci hanno spiegato che la legge di mercato è suprema ed io la rispetto. Se si tratta di beni preziosi, rilasciati in poche copie e fatti bene il prezzo è alto. Poi però si tratta anche di avere pazienza, perché io “Non Aprite Quella Porta” l’ho comprato ad un prezzo molto minore rispetto a quello di rilascio ed il cofanetto di “Halloween” è sceso a 59 euro quando alla sua uscita costava a 89 euro. Se si vuole tutto e subito si paga il capriccio di volerlo subito, io invece dico da anni che la prima virtù di un collezionista deve essere la pazienza. Devi essere consapevole che se una cosa la vuoi adesso la paghi di più e se sai aspettare può capitare di pagare molto di meno. Io sono anche attento alle offerte e quindi approfittarne porta anche vantaggi. Sono favorevole al fatto che esistano delle fasce, ma sono anche favorevole al fatto che il distributore si arrenda ad un certo punto. Se vede che la sua proposta è troppo costosa con il tempo deve anche adeguarsi al cliente abbassando il prezzo nel caso i pezzi non siano venduti a sufficienza. Alla fine secondo me sono sempre le persone a decidere, perché se queste ultime mostrano di non essere disposte a spendere tanto per un prodotto il distributore si adegua. Io vorrei un’edizione 4K del blu-ray di “Joker”, ma non ho ancora comprato nulla perché è uscito da poco ed ha ancora il prezzo pieno, ma tra un annetto o meno comincerà ad entrare nel giro delle offerte. Poi ci sono anche le eccezioni come “C’Era Una Volta a… Hollywood” e “Parasite” che amo talmente tanto che non vedo l’ora di prenderli subito, ma nella maggior parte dei casi so aspettare. Inoltre un cofanetto dei film di James Bond è finito subito fuori catalogo perché le copie sono andate ad esaurirsi e successivamente anche la ristampa si è esaurita in fretta. Tutti lo hanno comprato ad 80 euro perché quello era il prezzo che tutti lo definivano come giusto: alla fine appunto sono le persone a decidere.

Collezionista di Ombre film
Adriano Della Starza nella recensione di “Mulholland Drive” di David Lynch.

Io: Escludendo il particolare periodo che stiamo vivendo, pensi che esista un modo per invogliare la gente a vedere al cinema film diversi dai blockbuster? Se si quale?

Adriano: Non ho la risposta, perché il grande pubblico vuole l’evento e vuole la condivisione. In un saggio interessante, l’autore pone Quentin Tarantino come l’autore di passaggio tra la fase in cui l’immaginario cinematografico era basato sulla collettività e sulla condivisione. Vedere un film era importante, era un momento di massima fruizione in cui le immagini sconvolgevano lo spettatore e quest’ultimo sapeva che sarebbe uscito dalla sala arricchito di una cosa che prima non aveva visto, perché la soglia del visibile era molto bassa. Oggi invece la visibilità si da per scontata e l’immaginario non è più collettivo ma condiviso: non si cercano più immagini, ma storie raccontate bene da condividere con gli altri. Questa differenza porta al fatto che la parola abbia preso il sopravvento sull’immagine e la storia ha preso il sopravvento alla forma in cui la storia viene raccontata. Oggi lo spettatore vuole conoscere il racconto prima, in modo da conoscerlo bene per condividerlo, non gli basta assorbirlo e scoprirlo. Tutto questo preambolo serve a dire che, se il film è un evento, la fruizione è condivisa e non è collettiva. Sui social dico di essere andato a vedere quel film e condivido la mia opinione. Il film è una parte di condivisione sociale che passa attraverso i social. Io vado a vedere quel film in cui ne parlano tutti nei social perché si sente l’esigenza. L’autore dell’articolo faceva proprio questa differenza tra “Taxi Driver” e “Joker”: nel secondo lo sceneggiatore ha il bisogno di raccontare la sua storia a prescindere dal significato che poi lo spettatore si crea a seconda della sua idea, mentre invece in “Taxi Driver” dei tratti del passato del personaggio sono mostrati da degli indizi non espliciti, come per esempio il fatto che lui sia andato in guerra evidenziato dal giubbotto che indossa o dagli atteggiamenti che i veterani del Vietnam avevano all’epoca. La trama tra i due film è simile, ma a livello di impostazione “Taxi Driver” si basa sul mostrare e “Joker” sul raccontare. Nel momento in cui una cosa viene mostrata lo spettatore scopre il senso insieme agli altri, perché ci sono reazioni, volute dagli autori, che fanno capire il senso di quella cosa. Le cose mostrate poi diventano iconiche impiantandosi nell’immaginario collettivo, come la scena di Marcello Mastroianni che cerca di baciare Anita Ekberg nella fontana di Trevi in “La Dolce Vita” è diventata patrimonio visivo nazionale, perché quando pensiamo alla fontana di Trevi pensiamo a quella immagine. In “Joker” invece è il racconto a diventare più importante per il pubblico, non che giacca indossa o in quale strada è ambientata la rivolta. Affinché il pubblico si senta disposto ad andare in sala c’è bisogno di partecipare ad un evento condiviso per poi dire la sua sulla storia raccontata. Non basta più l’immagine perché quando sono usciti “Halloween” e “Lo Squalo” venivano mostrate cose che il pubblico non aveva mai visto prima, mentre ora si vede tutto in ogni dove, per questo la storia è tanto importante. Il grande pubblico si muove seguendo queste direttrici ed adesso in sala bisogna andare, è un obiettivo che lo spettatore si pone, mentre prima le sale cinematografiche erano presenti nelle strade principali di ogni paesino e non solo nelle grandi città. Tu stavi camminando, vedevi la locandina, andavi a pagare la bolletta e prima di tornare a casa andavi a vedere il film. Prima il film era un incontro che facevi nella tua strada, mentre ora devi essere tu ad allontanarti per andare a vivere un’esperienza che ora è vissuta come il teatro e non fa parte del quotidiano, ma la devi programmare. L’esperienza cinematografica per il grande pubblico quindi diventa da costruire e non spontanea, per cui quest’ultimo, per essere spinto, ha bisogno dell’evento. Poi ci sono sale che vogliono coccolare il loro pubblico informato, come invitare il regista, proiettare i film in lingua originale o offrire il tè prima della visione, ma è gente appassionata e motivata, diversa dal grande pubblico generalista che si muove per l’evento. Il cinema è diventato un ingranaggio che fa parte dei social, ma non è il centro dell’esperienza. “Cinquanta Sfumature di Grigio”, parlando sempre dei grandi numeri, è stata la scusa di delle persone per uscire e mangiarsi la pizza, ma il film era il pretesto e forse molte persone non se lo ricordano neppure perché non era l’evento principale per loro. Da questo punto di vista la vedo nera, sebbene l’offerta sia enorme. Questa è la cosa che spaventa di più: il grande pubblico non si rende conto che i film a settimana che escono sono circa dieci se non di più. Sono talmente fissati esclusivamente con i grandi eventi come i cinecomic che sono convinti che escano solo quelli, quando in realtà l’offerta è vastissima. Io sono un insegnante e chiedo ai miei colleghi quanti film sono usciti nell’ultimo anno e loro mi rispondo trenta… e si sta parlando di insegnanti, gente che dovrebbe essere più sensibile alle uscite culturali. Tutto ciò almeno per quanto riguarda l’Italia. Per quanto riguarda invece la produzione, negli ultimi anni c’è questa straordinaria tendenza che diversi film d’autore si stanno trasformando in blockbuster: “La Forma dell’Acqua” di Guillermo Del Toro e “Parasite” di Bong Joon-Ho hanno fatto dei grandissimi introiti al botteghino. In questo modo il cinema d’autore diventa cinema popolare e dimostra lo sbaglio dei cinefili snob pensando che il cinema lo capiscono solo loro e qualunque cosa apprezzi la massa sia solo ignorante e inferiore. Forse è questa la risposta alla domanda: si può riuscire a portare in sala un pubblico diverso se si riesce a far capire un film può accontentare palati diversi e non un unico tipo di pubblico. Adesso gli autori dai festival stanno imparando un linguaggio più trasversale e popolare, quindi non esiste più quella netta divisione tra film da festival e mainstream. C’è questa osmosi meravigliosa, la cosa più affascinante che mi sia capitata di vedere negli ultimi venti anni, per cui si riesce a fare l’evento con un film d’autore. “Roma” di Alfonso Cuarón, seppur sia stato proiettato da poche sale, su Netflix è stato presentato come film evento nonostante sia un film in bianco e nero con i sottotitoli. Questa è la più grande sfida della contemporaneità e forse è il miglior modo per portare in sala tanti tipi di pubblico. Quelli che si definiscono cinefili dovrebbero essere più consapevoli di quello che la contemporaneità ci offre ed essere un po’ meno chiusi nella loro torre d’avorio.

Io: Allora proviamo ad andare in un campo più spinoso dal punto di vista dei cinefili: secondo te oggi è ancora possibile ottenere più casi in cui gli autori riescono a mostrare fortemente la loro mano anche in blockbuster appartenenti a brand molto popolari? Più esempi come “Guardiani della Galassia” di James Gunn o “Dumbo” di Tim Burton.

Adriano: Per quanto riguarda i film d’autore in generale si, le opere possono diventare blockbuster, ma quando questi si devono allacciare a brand ad alto costo gestiti da grosse case di produzione il discorso è diverso. I casi di libertà assoluta sono pochi, anche perché è capitato tante volte che un autore litigasse con la produzione. Far collimare la cosa non è semplice, perché il guaio è che i grandi produttori non ritengono necessario che il loro grande tassello sia messo in mano ad un grande autore. Magari il prossimo “Doctor Strange” diretto da Sam Raimi dimostrerà che le cose invece si possono ottenere, mentre Tim Burton e James Gunn sono casi isolati. Quest’ultimo, insieme a Taika Waititi, ha avuto completa libertà perché parla un linguaggio che ai giovani piace molto ed ha fatto centro, un linguaggio autoriale che per caso si sposa con le esigenze della produzione. Al momento solamente Christopher Nolan e Todd Phillips hanno superato il miliardo con il loro approccio all’universo di Batman, insieme a Rian Johnson con il suo “Star Wars: Gli Ultimi Jedi”, altro caso isolato che però guarda dove ha portato per essere andato controcorrente. Inoltre gli autori l’anno scorso hanno realizzato dei film singoli che sono andati benissimo al botteghino, come “Us” di Jordan Peele e “Glass” di Michael Night Shyamalan, quindi si può tenere testa a questa tendenza che affascina il grande pubblico, come ho appunto evidenziato prima perché i traguardi importanti lo dimostrano. I grandi franchise sono formati anche da bei film che piacciono al loro pubblico e quindi massimo rispetto, ma trovo difficile che uno di questi che vengono fatti da mestieranti siano utilizzati come fonte di ispirazione per un autore tra più di venti anni. L’esistenza di autori che riescono ad ottenere libertà in film ad alto budget appartenenti a grandi franchise non è comunque da sottovalutare troppo, basti pensare agli ultimi capitoli di “Il Pianeta delle Scimmie” di Matt Reeves o “Godzilla” di Gareth Edwards”, ma si tratta quasi sempre di titoli che non arrivano al miliardo pur andando bene. Finché le cose rimangono così il numero di autori che hanno controllo nei blockbuster non può aumentare a tal punto da diventare sistematica ed è sempre in minoranza. Per ogni Tim Burton che mi citi nella Disney ci sono in maggioranza approcci molto più piatti, come appunto lo sono stati secondo me “Aladdin”ed il pessimo “Il Re Leone”.

Cinema oscar
Adriano Della Starza durante il commento degli Oscar 2020.

Io: Pensi che sia migliore la contemporaneità o una distribuzione realizzata pochi mesi prima del rilascio streaming quando i titoli delle piattaforme come Netflix finiscono in sala?

Adriano: Purtroppo le sale che distribuiscono i film di Netflix da me non ci sono, quindi quando un film esce su Netflix io me lo perdo in sala. Anche lì tutto è giocato sulla motivazione del pubblico: in delle sale hanno continuato a proiettare “The Irishman” anche dopo il rilascio su Netfix. Se il film è allettante per un pubblico motivato, lo streaming non gli fa concorrenza. Il film deve essere allettante, però deve anche uscire. Noi pensiamo che ogni film di Netflix ha avuto la stessa distribuzione dell’opera di Martin Scorsese, ma “Storia di Un Matrimonio” è uscito in 13 sale, il quale ha la stessa valenza del non uscire da nessuna parte. Io sono comunque favorevole all’uscita che si verifica prima dell’uscita in sala, ma allo stesso tempo penso che l’uscita in contemporanea non danneggi il film, perché le persone motivate decidono di andare in sala. Uscire però vuol dire uscire e non basta mandare un film in qualche sala. Ricordo inoltre che ogni film Netflix è uscito in sala in lingua originale con i sottotitoli, a meno che non si parli di produzioni italiane. Non è un problema di quando, ma è un problema di come. Se domani dalle mie parti dessero “Storia di Un Matrimonio” io andrei domani senza pensarci due volte.

Io: C’è un autore che ami e che reputi molto sottovalutato a causa di particolari critiche negative?

Adriano: Non posso rispondere bene a questa domanda, perché io leggo decine e decine di critici. La tendenza della critica moderna è di analizzare e non di giudicare un film e basta. Io apprezzo l’analisi di un film e non il processo ai film, su cui non emergono davvero le questioni legati alle opere che sono di gran lunga più interessanti. Non mi appaga più dire che un film è solo bello o brutto, cosa che faccio solo in caso di comodità comunicativa in certi momenti. Quando finisci di analizzarlo e quando leggi tanto, tu troverai sempre il critico che difende quel film così come troverai sempre il critico che lo stronca. Se fai una lettura a tappeto troverai per forza il critico che distrugge Christopher Nolan e quello che lo loda. Se leggessi solo Francesco Alò, critico che io stimo ampiamente, è ovvio che mi verrebbe subito in mente Nolan, ma ci sono tanti altri critici che invece apprezzano e valorizzano il lavoro di quest’ultimo. Non posso quindi prendere un autore in particolare, perché troverò sempre quel critico che “mi da ragione”. Ma poi se esce un film di Clint Eastwood abbiamo proprio bisogno di qualcuno che lo promuovi o lo bocci? Penso di no, perché è l’ennesimo film di un grande maestro. Che poi c’è anche questa tendenza di pescare un film di un grande maestro che non piace giusto per evidenziarlo e basta, cosa che sinceramente trovo un po’ deprimente. Quando parli di Woody Allen tutti citano “To Rome With Love”, che io ammetto di apprezzare anche. Non ci vuole il processo, ci vuole analisi: come si collega questo film alla filmografia di Polanski? Dove sta andando il suo percorso? Queste sono le domande, non “è bello o brutto e basta.” Se sei appassionato di cinema i film dei grandi autori li devi vedere tutti, altrimenti non sei un appassionato di cinema. Qualcuno mi disse che avrebbe sconsigliato “Il Vecchio e Il Mare” di Ernest Hemingway perché non era un libro particolarmente riuscito: ho capito, ma tu sei un bibliofilo amante di letteratura e salti un’opera di Hemingway? No, te li leggi tutti, come sarebbe da stupidi saltare un solo film di Spielberg, Allen, Eastwood ed altri. Poi ci sono opere meno significative, ma nella filmografia dei grandi sono tutti necessari. Tornando alla critica, quest’ultima può essere importante per gli esordienti, i quali realizzano opere prime e se qualcuno le stronca io sarei deciso a dire di dare all’esordiente un’altra possibilità. Non mi è piaciuta per esempio l’accoglienza che è stata riservata a “Elysium” e “Humandroid” di Neill Blonkamp, anche se comunque pure lì ho trovato dei critici che lo hanno difeso e non posso più dire che un’opera sia totalmente stroncata. Una critica in particolare che mi colpì molto in negativo fu quella di Paolo Mereghetti che diede a “C’Era Una Volta in America” due stelle e mezzo.

Io: Negli ultimi anni sei diventato uno degli ospiti fissi nel programma su YouTube chiamato “Facce di Nerd” ed ultimamente anche nelle live del canale di Paolo Innocenti. Che sensazioni ti da partecipare a queste live?

Adriano: Felicità. Tanta felicità, tanta gioia e tanto entusiasmo. Si respira un’aria di famiglia e quindi sono i momenti che ti fanno stare bene perché parli di cinema con persone che amano la tua passione condividendola con te. Sono esperienze davvero straordinarie a cui purtroppo non posso sempre garantire la mia presenza come vorrei per impegni familiari e lavorativi, ma la grandissima gioia rimane. Ovviamente mi esalto di più nei momenti in cui ho più cose da dire. Quando parlo degli oscar mi gaso per esempio, mentre quando parlo del trailer di un film che non mi interessa o della valutazione di un film che non apprezzo decisamente meno, ma la discussione è sempre molto piacevole. Lo vedo sempre come un momento di grandissima gioia.

Facce di Nerd il collezionista di ombre
Adriano Della Starza, Davide Clerici (in arte DavidePlissken), Giacomo Buzzoni (in arte Signor Giacomo) e Mattia Pozzoli (in arte Matioski) nella foto

Io: Qual è secondo te l’approccio più importante che uno youtuber debba avere quando parla di un determinato argomento?

Adriano: Lo youtuber deve essere consapevole delle reazioni che susciterà con le sue azioni, con le sue parole e con il tono che usa. Se ha un tono acceso e polemico, mantenendo sempre il rispetto di tutti, può tranquillamente usare questo atteggiamento basato su verità che si scontrano. Per me YouTube è un momento di confronto e di crescita collettiva in cui si analizza qualcosa in modo pacato, indipendentemente dall’impostazione tipica o meno delle tendenze della piattaforma. Questa è la mia ricetta, seppur non l’unica. Indubbiamente la cosa che reputo più necessaria è il rispetto reciproco. Non bisogna offendere nessuno e non bisogna offendere il lavoro degli altri. Tolta questa cosa, penso che ogni persona scelga la strada che vuole.

Io: Cosa pensi di YouTube Italia in generale?

Adriano: Lo conosco molto poco per dire cosa penso. Io seguo alcuni canali o video in generale sul cinema e basta. Io di YouTube non so niente e quando lo guardo lo attivo in macchina mentre vado al lavoro ascoltando quei pochi youtuber cinematografici che seguo con una certe frequenza. Sono informato solo sul settore cinematografico e gli altri non li conosco, a meno che uno youtuber improvvisamente non faccia un film.

Io: C’è uno youtuber cinematografico con cui ti piacerebbe collaborare?

Adriano: Mi piacerebbe incontrare e conoscere tutti gli youtuber che seguo, perché mi piace avere un rapporto compatto con le persone che mi comunicano tanto. Per quanto riguarda la collaborazione, se nasce un’idea perché no, ma non è una priorità rispetto a conoscerli in maniera telefonica o in carne ed ossa. Mi piacerebbe conoscerli tutti: Victorlaszlo88, Federico Frusciante, Antonio Cianci, Barbie Xanax, Violetta Rocks, Julie Hall, Caleel e molti altri. Con parte di essi è anche già capitato e di questo ne sono felice.

La rinascita di “Facce di Nerd” ed il continuo successo

Matioski Show

La trasmissione continua a spopolare.

Facce di Nerd” è il programma di live più seguito su YouTube Italia ed è stato creato da Mattia Pozzoli (in arte Matioski). Esso prevede la partecipazione di numerose persone appassionate di cinema, serie tv e fumetti (che siano youtuber o meno) per discutere di determinati argomenti del momento attinenti alla materia.

Abbiamo già analizzato in questo articolo i motivi per cui lo show è qualitativamente valido e così tanto popolare, la cui unicità è aumentata dal fatto che altri youtuber non seguano questo incredibile esempio, salvo rare eccezioni (anche perché comunque è una cosa molto difficile da organizzare e da mandare avanti giornalmente).

Quello che ci tenevamo ad aggiungere è il fatto che lo show adesso abbia aumentato la sua qualità grazie al programma StreamYard: dopo la chiusura di Google Hangouts per le live di YouTube, il canale era in serio pericolo e Mattia Pozzoli è stato il primo youtuber ad utilizzare il precedente programma menzionato sulla piattaforma italiana.

StreamYard infatti utilizza delle soluzioni visive che permettono di guardare le live attraverso una grafica ed un montaggio in diretta che ricorda enormemente quello utilizzato nei programmi della televisione, il che rende la gestione del programma del web molto più fluida e piacevole a livello di percezione visiva. Dato che grazie al programma il canale può andare avanti ed è ancora meglio di prima è proprio per tali motivi che parliamo di rinascita.

Inutile dire che la nuova gestione, dopo che il programma era già molto apprezzato per determinati elementi che abbiamo già specificato, è stata accolta con grande gioia dagli appassionati: adesso Mattia Pozzoli per migliorare la qualità del canale dovrebbe solamente aspettare che un giorno YouTube permetta di vedere le live in 4K proprio perché attualmente il livello del programma è altissimo ed oltre non si può andare.

Inoltre da circa un anno il canale ha raggiunto anche un’altra impostazione. Quando infatti non viene trasmesso “Facce di Nerd” al posto suo ritroviamo il “Matioski Show“, che praticamente è identico alle live dell’altro programma, con la differenza che le persone che discutono durante le live sono tre e non di più. La qualità del programma quindi è esattamente la stessa, con l’unica differenza che ci sono semplicemente meno individui e quindi meno opinioni che si confrontano tra di loro.

Un’ultima cosa da dire è che “Facce di Nerd” sta per raggiungere uno storico traguardo, ovvero il fatto che a breve verrà trasmessa la centesima puntata. Mattia Pozzoli ha deciso che essa sarà incentrata su “Joker“, il cinecomic diretto da Todd Phillips che ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia di quest’anno e che uscirà nelle nostre sale cinematografiche il 3 Ottobre.

La scelta dello youtuber è perfettamente comprensibile: per festeggiare una grande trasmissione nerd quale argomento può essere migliore di un film che dovrebbe unire il pubblico d’autore con quello appassionato di fumetti e che farà sicuramente discutere per numerose scelte di sceneggiatura molto controverse per quanto riguarda  l’attinenza alla materia originale? Non ci resta che attendere l’uscita del film per questa puntata del programma che continua sempre a raccogliere numerose critiche positive sul web!

Intervista esclusiva allo youtuber Altroquando

Altroquando intervista youtuber

Abbiamo scambiato qualche parola con uno dei più forti sostenitori delle arti fumettistiche su YouTube Italia.

Filippo Messina, in arte Altroquando, è uno degli youtuber più apprezzati sulla piattaforma di video italiana per quanto riguarda il trattamento della materia riguardante i fumetti: il suo canale conta infatti circa 5000 iscritti. Per quanto molti potrebbero considerare questo numero di iscritti esiguo bisogna considerare non solo che considerando il genere di nicchia il risultato è alto, ma anche che dal punto di vista dell’apprezzamento qualitativo Filippo Messina è visto come uno dei migliori in circolazione su YouTube Italia per l’esposizione, per l’approfondimento e per il montaggio.

In questa intervista fatta al celebre recensore (anche se non è così che lui preferisce definirsi come scoprirete leggendo) quest’ultimo ha parlato di diversi elementi: la sua esperienza prima di approdare nel web, l’origine del suo nome d’arte, pensieri sulla cultura pop, le potenzialità di YouTube e molte altre cose. Vi auguro quindi una buona lettura.

Io: Tu per tutta la vita ti sei dedicato all’arte del fumetto facendo numerosi lavori riguardante la scrittura sull’argomento. Come ti è venuta l’idea di aprire anche un canale su YouTube?

Filippo: Qui c’è una storia da raccontare perché tu hai detto che io ho passato la vita ad occuparmi del fumetto e l’ho fatto in vari modi. Io sono prima di tutto un appassionato: c’è stato un periodo in cui io ho anche provato a scrivere, però per lungo tempo ho provato a scrivere in prosa anche. Sognavo di scrivere fumetti ma per lo più ho scritto racconti (senza mai pubblicare ovviamente). Successivamente ho fatto il libraio per moltissimi anni: possiamo dire in un certo senso che il fumetto, in un modo o in un altro, ha influenzato un pochino tutta la mia esistenza. Questa passione l’ho avuta fin da quando ero bambino, periodo in cui tutto il mio mondo era incentrato sul fumetto: erano i tempi in cui cominciavano infatti ad arrivare l’editoriale Corno, la Marvel Italia e di conseguenza il rilancio del mito del supereroe che inizialmente erano conosciuti solamente tramite la DC, casa che tuttavia stava allora attraversando un periodo di stanchezza editoriale in Italia e per questo non erano molto diffusi. Io avevo già imparato a leggere quando è arrivata la Marvel e quindi quest’ultima l’ho fruita molto di più da bambino preferendola alla DC (anche se oggi preferisco molto di più la DC). C’è stato quindi il sogno adolescenziale: ho fatto il liceo artistico con il sogno di fare fumetti, cosa che poi, per vari discorsi della vita, non è andata come avrei voluto anche perché non avevo quel talento specifico. C’è tanta gente che disegna molto meglio di me ed io forse sono più portato alla scrittura di quanto non lo sia nel disegno. È andato successivamente a finire che io mi sono ritrovato a lavorare in una fumetteria ed era la prima fumetteria che aveva aperto, durante gli anni 90, nella mia città che è Palermo. Tutto ciò è successo perché ho iniziato un rapporto personale, ho fatto coppia con una persona che è stato il mio compagno di vita per tredici anni e che è stato il fondatore di questa fumetteria a Palermo che io frequentavo prima come cliente per poi ho iniziato questo rapporto personale con il fondatore che faceva di nome Salvatore Rizzuto Aldelfio, nome che oggi ho dato ad una biblioteca autogestita che ho fondato in città in suo onore. È iniziato quindi questo rapporto privato che poi è evoluto anche in un rapporto lavorativo. Ho quindi lavorato con lui per tredici anni portando avanti questa relazione di coppia e di lavoro svolgendo le mie mansioni in fumetteria e facendo il libraio. Prima avevo lavorato in librerie generiche, poi per tutti questi anni ho lavorato nella fumetteria citata fino ad ora e che si chiamava… “Altroquando”, prendendo il nome dallo storico speciale numero 2 di Dylan Dog. A suo tempo c’erano stati numerosi primi clienti della fumetteria che suggerivano vari nomi possibili per chiamare la fumetteria (tra cui anche “La Zona Negativa”) fino a quando Salvatore non ha scelto “Altroquando”. È stata una fumetteria abbastanza particolare, perché inizialmente era un’edicola e poi si è ampliata ed è diventata anche una fumetteria. Tutto stava all’estro di Salvatore che era una persona molto particolare: era un uomo che ha viaggiato molto, era sostenitore dei diritti LGBT, era impegnato politicamente, era un anarchico ed aveva un’occhio di riguardo alla controcultura. Per lui il fumetto era soprattutto Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Filippo Scòzzari, Giuseppe Palumbo, etc. Questo tipo di fumetto era definito “fumetto d’autore”, termine che oggi non si usa più. All’epoca si usava “Fumetto d’Autore” per distinguere questi grandi fumettisti italiani dai generi popolari che venivano visti sopratutto con il fumetto americano e supereroistico (il manga arrivò in un secondo tempo). Questa sua passione lo portò ad allargare la sua biblioteca non solo al fumetto ma anche alla piccola editoria alternativa per quanto riguarda anche saggistica, narrativa, libri in un’ottica progressista, anarchica, etc. Avevamo degli accordi con dei marchi editoriali molto particolari come per esempio Malatempora e Castelvecchi. Ci allargammo così a varie cose e organizzammo anche delle mostre: all’epoca non esisteva ancora una mostra del fumetto e non esisteva ancora Internet (o perlomeno all’epoca era alla sua preistoria) e quindi i canali erano diversi. Molta gente che coltivava questo interesse per fare mostre e riproduzioni si appoggiava a questo cenacolo e quindi la nostra fumetteria era diventata un punto d’incontro per questi ragazzi che volevano fare fumetto cercando di diventare sceneggiatori e illustratori, così noi organizzavamo delle piccole mostre all’interno della fumetteria stessa.

Altroquando comicon
(Filippo Messina agli Alchemy Comics and Games 2018 nella foto)

A volte le mostre diventavano anche invasive perché c’era gente che si inventava cose astrose e complicate: fu un bel periodo abbastanza lungo ed ho conservato un blog in cui ho recuperato e dato testimonianza di tutta questa memoria storica dell’attività. Avevamo anche dei rapporti diretti con certi editori: c’è stata per esempio un’amicizia di lunga data con Leo Ortolani che all’epoca era agli inizi e con cui siamo rimasti in contatto (e tutt’ora continuiamo a sentirci). Contemporaneamente portavamo avanti anche battaglie per i diritti civili, abbiamo contribuito anche all’arrivo del primo pride a Palermo nel 2010 e varie associazioni mobilitanti dell’epoca. Salvatore, che io sostenevo sempre, fondamentalmente mischiava la passione per il fumetto, la narrazione e l’immaginazione con le lotte per il sociale, la solidarietà e la politica: era una cosa molto interessante e molto strana. Ad un certo punto successe un lungo periodo di discesa perché le fumetterie, come attività privata, sono in crisi da tanti anni (una crisi che continua ad andare avanti e che continua a mietere vittime) e contemporaneamente a questo periodo Salvatore purtroppo si ammalò (una malattia molto gravosa perché nel giro di sei mesi non c’era più), io non avevo i mezzi per mandare avanti la libreria (che oltretutto era già piena di debiti) la quale poi è stata chiusa. Io quindi sono rimasto solo ed ho fondato un’associazione culturale che conservava il nome di “Altroquando” : a me piace pensare che siamo stati tra i primi nel 1991 a usare questa parola, però in Italia questa parola è stata usata da tutti e di più, come per esempio una libreria specializzata di cinema a Roma, un ristorante o un’associazione culturale. La mia si chiamava “Altroquando di Salvatore Rizzuto Adelfio” facendo quindi riferimento alla prima fumetteria di Palermo e alla persona di Salvatore. Ho fondato successivamente, appoggiandomi anche ad un’attività di Palermo che è il Teatro Mediterraneo Occupato, la biblioteca Salvatore Rizzuto Adelfio che è una biblioteca autogestita e specializzata soprattutto nella condivisione di fumetti. Il canale YouTube si colloca in questa storia: quando la fumetteria era nel suo ultimo periodo ho iniziato a fare video dell’associazione sul loro canale (video che poi sono stati riversati anche sul canale di Altroquando) ed era una rubrica che riguardava le uscite del mese. Pian piano io cominciai ad inventarmi dei video per cercare di sostenere la fumetteria nell’ultimo periodo ma ormai la fine era arrivata: la fumetteria chiuse, Salvatore morì e questo canale YouTube per me divenne un modo per continuare ad avere un dialogo da libraio sui fumetti al posto della libreria, cioè un modo per continuare un discorso, un rapporto, una conversazione con un certo tipo di pubblico interessato a certi argomenti come i fumetti. Non potendo più avere il rapporto di libraio, il canale YouTube mi è sembrato il modo più naturale, più facile e più pratico per poter rifugiarmi e continuare a dare voce alla nostra identità. Il canale YouTube nasce insieme all’associazione fondata e alla biblioteca per poter continuare un discorso che era iniziato come impiego commerciale ma era diventato anche un’attività di famiglia a scopo di condivisione culturale. Il mio canale infatti parla di fumetti ma lo fa in modo strano: io non penso a me stesso come ad uno youtuber, ma penso a me stesso come un libraio, un libraio vecchio stampo, di quello che conosce i fumetti e ama parlarne. Nello stesso tempo ho riversato in questo canale anche altri interessi: alcuni definiscono i miei video come recensioni, ma io non li definisco recensioni dato che infatti è molto raro che io parli veramente male di qualche cosa, perché io prevalentemente vado a prendere fumetti ed argomenti che sento di voler consigliare e che mi ispirano un ragionamento. Non mi interessa dire “questo è bello” o “questo è brutto”, non è il mio intento. Più che recensioni io preferirei definirli una specie di teatro di narrazione applicato al fumetto in cui c’è una precisa narrazione e una precisa caratterizzazione. Io da ragazzo ho fatto anche un po’ di teatro, così ho recuperato anche questa vecchia passione e l’ho trasferita sul fumetto, infatti i miei video presentano molta teatralizzazione del fumetto. Se devo parlare di fumetti devo diventare tutt’uno con il fumetto: ho avuto così questa idea (non so se sono stato il primo o meno) di interagire con le immagini trasferendomi all’interno di esse e allo stesso tempo presentando il video come una sorta di trailer dell’opera trattata, descrivendo diverse scene con musica, effetti sonori, come se fossero dei radiogrammi con il supporto delle immagini. Nello stesso tempo ci ho messo i miei studi di sociologia, perché spesso cerco di unire i puntini che suggeriscono certi fumetti e vedere un po’ cosa c’è dietro, trovando i riferimenti alla narrativa del passato, alla filosofia, etc. Cerco quindi di mettere dentro diversa cultura generale e quindi uso i fumetti per parlare anche di altro: questo è il mio tentativo e per questo sono perfettamente consapevole che il mio canale rimarrà di nicchia. I video che faccio sono dei piccoli show, non è un filo diretto con l’utente e se parlo dei fumetti ne parlo in un modo molto strano, un modo di parlare che non mi porta nell’interesse di un pubblico vastissimo. Il mio canale nasce quindi da questa storia: da un rapporto lavorativo e personale vissuto per molto tempo e dal desiderio di dare vita a questa esperienza e a questa mia passione.

BAMF - Umbrella Academy [di Gerard Way e Gabriel Bà]
(Filippo Messina nel video “BAMF – Umbrella Academy [di Gerard Way e Gabriel Bà]”)
Io: Da quando ti esprimi su YouTube l’ottica di qualche elemento della tua vita è cambiata anche solo minimamente?

Filippo: In qualche modo, anche se pure in minima parte, un po’ tutte le cose che fai ti influenzano ed influenzano il tuo modo di vivere o almeno il modo di relazionarti e di fare certe cose. In questo caso inevitabilmente devi confrontarti intanto con un pubblico che dà un certo riscontro e poi anche con i colleghi youtuber attraverso cui impari a collaborare, a confrontarti, ad avere scambi di vario tipo e così via. Quindi diciamo di sì: fare video influenza il modo di pensare, il modo di esprimersi e chiaramente tu non sei veramente te stesso quando compari nei video perché devi inevitabilmente inventare un personaggio ed inventare un linguaggio (magari anche semplificandolo molto a seconda dei casi rendendolo per esempio in un modo che tu non useresti quando conversi abitualmente). Ci sono poi anche altri modi e non per forza quelli che si utilizzano sono universali: io ho imparato ad essere molto diplomatico e diciamo che forse avere questa immagine pubblica rispetto ai tempi in cui non era una cosa circoscritta al mondo virtuale è decisamente differente perché riguarda un pubblico vasto di persone che non sai chi sono. Credo di essere diventato un pochino più diplomatico, un pochino più attento e un pochino più tollerante, forse (e sarà per l’età) anche un po’ più di certi colleghi che magari si scaldano un po più di me. Io credo di essere diventato un po’ più controllato e magari nella mia vita privata non lo sono, però nel modo di relazionarmi su Internet e su YouTube diciamo che sono diventato un pochino più pacifico e attento al modo di relazionarmi con gli altri.

Io: Pensi che oggi i fumetti stiano ancora influenzando enormemente la cultura generale come è accaduto per molti anni in modo da non avere nulla da invidiare ad altre forme artistiche o anche solo d’intrattenimento?

Filippo: In passato i fumetti hanno influenzato la cultura senz’altro, ma io non so quanto la stiano influenzando a livello artistico e la stanno influenzando parecchio sicuramente a livello commerciale un po’ più di prima per ovvi motivi come per esempio quello tecnico: la tecnologia si è evoluta in una maniera sempre più veloce parlando per prima cosa ovviamente del cinema. Il cinema ha cominciato a cannibalizzare il fumetto con una frequenza che prima non aveva e soprattutto il fumetto più vendibile e popolare di tutti che ora è principalmente quello nordamericano rappresentato dai supereroi. Quando io ero un ragazzino negli anni 70/80 facevano “L’Incredibile Hulk” in tv e ci sono anche stati film su Doctor Strange e Capitan America che erano pellicole molto povere e con effetti davvero accomodati. Oggi la computer grafica e gli effetti speciali odierni permettono di fare praticamente tutto. Se prima nei blockbuster e nel cinema commerciale ci si rifugiava molto nella narrativa d’avventura e di fantascienza il fumetto di supereroi è diventato una miniera su cui attingere a piene mani e da qui nasce questo proliferare: il cinema ora può realizzare tutto ed i supereroi sono diventati un trend vastissimo. Dal punto di vista commerciale i fumetti stanno influenzando tanto la cultura pop e stanno arrivando sicuramente ad un pubblico molto più vasto di prima: se prima a sapere chi era Spider-Man eravamo una ventina mentre oggi anche chi non legge i fumetti sa chi è Spider-Man, chi è Capitan America, chi è Thor e chi sono persino i Guardiani della Galassia. Tutto questo perché siamo talmente bombardati tra Internet, cinema, spot, giocattoli e cose varie che al limite uno conosce un supereroe anche solo per un bambino che vuole un determinato giocattolo. Tutto ciò prima non c’era o comunque era molto più ridotto. Per quanto riguarda l’arte non lo so perché il quesito artistico è una cosa sfuggente e molto particolare: io mi sono anche sentito chiedere sul mio canale se ritenevo che “Infinity War” potesse essere definito arte e sinceramente io penso di no. Per carità, si può anche non essere d’accordo, ma perché per me una cosa affinché venga definità arte deve avere tanti requisiti tra cui la resistenza al tempo: non si può dire che una cosa è un capolavoro o è arte se è appena arrivata. Deve influire sull’immaginario e bisogna vedere come invecchia nel tempo. Quello di cui ho parlato a lungo nel mio canale con il coronamento di questo universo cinematografico condiviso è lo sdoganamento ufficiale di un certo meccanismo che, se prima era solo dei fumetti, ora è stato portato al pubblico generalista attraverso il cinema. La Marvel ha messo insieme questo universo ed è riuscita con “Infinity War” in maniera buona a fare combaciare tutti i pezzi del mosaico che aveva disposto negli anni precedenti. Da qui a parlare di arte o di capolavori a me pare un pochino eccessivo e non ne sento nemmeno il bisogno: ci sono delle cose che hanno un loro valore d’intrattenimento che non hanno bisogno di essere valutate in una maniera particolare. Io faccio questo paragone quando si prendono determinati canta-autori molto importanti che a un certo punto muoiono e lasciano un intero patrimonio musicale molto importante, come per esempio Fabrizio De André, e si comincia a parlare di poesia… ma è necessario tutto ciò? Fabrizio De André per esempio è stato ed è grande nel suo ambito riuscendo a creare delle canzoni molto belle sia nel testo che nella musica, ma perché bisogna portarlo nell’ambito della poesia scritta? Il suo linguaggio era quello della canzone. Secondo me è anche un errore che rischia di banalizzare quello che nelle intenzioni è l’obiettivo di tutto, perché la gente trasferisce De André dalla canzone all’ambito della poesia per dargli importanza e non ne ha bisogno, perché André aveva già toccato il massimo dei livelli appunto nell’ambito della canzone. Le cose bisogna valutarle per quello che sono. Per l’arte quindi non lo so, perché valutiamo sempre qualcosa che nasce come intrattenimento: potrebbe esserci un giorno qualche cosa che è confezionato talmente bene e resiste al tempo in termini di trama tanto da essere arte, ma per me lo stesso Uomo Ragno (per me resterà sempre così anche se oggi la colonizzazione ci impone sempre l’utilizzo dei nomi originali) è un capolavoro della cultura pop già dalla sua nascita nei fumetti già come idea in sé: è il paradigma del supereroe con super problemi, del supereroe umanizzato. L’Uomo Ragno rappresenta un punto di svolta in tutto l’immaginario supereroistico già all’epoca negli anni 60: come concetto non ha bisogno di altre aggiunte particolari, perché è già un archetipo di quella che potremmo definire una mitologia popolare moderna.

L'Immortale Hulk [di Al Ewing e Joe Bennett]
(Filippo Messina nel video “L’Immortale Hulk [di Al Ewing e Joe Bennett]”)
Io: Come pensi sia messo invece il fumetto italiano dal punto di vista della qualità e dal punto di vista della commerciabilità?

Filippo: La commerciabilità è un discorso complicato ed è forse una domanda che non andrebbe neanche fatta a me perché è sfuggita completamente di mano la cosa. Intanto la gente non legge più: se prima già non leggeva più i libri ora legge sempre di meno anche i fumetti, tanto che molte fumetterie campano più su prodotti collaterali al fumetto come gadget, poster, giocattoli, pupazzi e via dicendo rispetto al fumetto stesso. Come facevo notare a Leo Ortolani in una conversazione di diverso tempo fa sembra che la stessa Marvel sia più interessata ai film che al fumetto: la popolarità dei fumetti è andata scendendo per come la vediamo noi di una certa età. Ironicamente il fumetto è prodotto per continuare ad alimentare e a pubblicizzare la produzione di film cinematografici e si dice che con il suo fatturato la Marvel potrebbe campare anche solo sul cinema. Per quanto riguarda il fumetto italiano dipende quale: abbiamo oggi, anche grazie ad Internet e a tanti meccanismi di autoproduzione, delle uscite molto interessanti e degli autori che riescono in qualche modo a prodursi da soli il loro lavoro e che andrebbero seguiti molto di più. Per il resto c’è il fumetto italiano storico di un certo tipo di autori che o non ci sono più o che vivono sugli allori, poi abbiamo il fumetto popolare per eccellenza rappresentato da produzioni come Bonelli, dipende da che cosa vediamo. Se prendi per esempio “Mercurio Loi” che è un fumetto un po’ particolare e di una certa qualità vedi che non lo producono più, mentre altre cose che attirano un certo pubblico sono sempre più ripetitive, come per esempio “Dylan Dog”: fino a quando vende continueranno a tenerlo in vita, ma in realtà ha esaurito il suo ciclo vitale da tanto tempo. Il suo rilancio non è servito a niente, perché non puoi rilanciarlo: è stato un fumetto che ha avuto il suo boom nel periodo in cui è stato rilanciato con le caratteristiche che aveva ed ormai ha esaurito la sua spinta di interesse. Per rilanciarlo bisognerebbe completamente cambiarlo e a questo punto tanto vale creare semplicemente un’altra cosa: è la maledizione della serialità che vale per tutti, americani e non. Gli americani vanno avanti a forza di reboot e rilanci con la Marvel che ha iniziato per prima e la DC che ha cominciato ad imitare certe pratiche della Marvel: ragionano come se il ciclo vitale del lettore medio fosse di 8-10 anni e danno per scontato che dopo questo periodo i lettori si allontanano e allora devono trovare un colpo di coda per rilanciare la serie. Continui reboot e rilanci vengono fatti quindi perché una generazione di lettori viene considerata esaurita ed allora azzerano tutto, rimescolano le carte e sperano di attirare una nuova generazione. In Italia questo meccanismo non c’è anche se stanno cercando di inserirlo in qualche modo con Dylan Dog e per come la vedo io non sta funzionando (e per ora le vendite sembrano essere calmierate, non penso che siano salite in maniera particolare da quando c’è stato il rilancio). Per il resto in Italia ci si affida molto alla serialità per le icone popolari come il fumetto di “Tex” che è ripetitivo al massimo, però puntano sul fatto che ci sono diversi lettori che non leggono molte altre cose e per ora, grazie al modo in cui le generazioni si tramandano tutto, sembra avere la sua durata immortale. Ora stanno provando a rilanciare “Mr.No” modificando il personaggio, l’ambientazione, etc. e quindi questo fa pensare che forse anche Bonelli sta cercando di assorbire delle lezioni di rilancio dagli americani. Io non la vedo molto bene la situazione fumettistica italiana sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista artistico. Ci sono tanti autori giovani e interessanti che si autoproducono, però non vengono molto sostenuti perché le cose più facilmente commerciali sono sempre quelle più collaudate e quindi c’è una forma di mantenimento del livello che rimane sempre uguale e quindi non sono molto positivo.

Io: I manga in Italia sono diventati molto popolari e ciò è stato molto ben accolto dagli appassionati perché hanno pensato che sia giusto che una cultura così diversa da quella occidentale entrasse nell’interesse dei giovani. C’è chi pensa tuttavia che tutto ciò possa diminuire la popolarità del fumetto occidentale. Tu ti trovi d’accordo con queste critiche?

Filippo: Assolutamente no, lo trovo assurdo ed anche un po’ razzista. Io ho vissuto prima l’arrivo degli anime e poi dei manga e ricordo una certa resistenza non degli appassionati di fumetti e di animazione, ma del pubblico generalista che ci ha messo un po’ ad accettare tutto ciò. I manga hanno avuto un merito in Italia, ovvero quello di avvicinare alla letture del fumetto un pubblico molto più variegato, perché bisogna ricordare che inizialmente fino a metà degli anni 90 era letto specialmente da lettori maschi. Non che le lettrici donne non esistessero, però era un pubblico molto più ridotto ed ha cominciato ad avvicinarsi e ad espandersi con i manga, con Dylan Dog e, per quanto riguarda poi i fumetti americani, con Sandman di Neil Gaiman, ma perché? Perché i manga hanno una differenza sostanziale dal fumetto occidentale: tutto. I manga sono prodotti con una cultura differente pensati a livello editoriale. Intanto nei manga trovi tutti i generi possibili ed immaginabili, mentre nel fumetto occidentale no. Forse ora dopo tanti anni, prendendo anche ispirazione dagli stessi manga, qualcosa comincia a cambiare, ma il fumetto occidentale è formato da storie d’avventura, supereroi, fantascienza, noir e polizieschi. I manga hanno tutte queste cose ed aggiungono le storie d’amore, le storie di sport, i racconti di iniziazione di un certo tipo, un fantasy particolare, le storie di vita quotidiana, etc. I manga hanno un rage di generi narrativi vastissimo che il fumetto occidentale non ha o non aveva e che ancora non ha rispetto al fumetto orientale. Inoltre in Giappone i manga sono progettati per essere destinati ad un pubblico ben preciso: o maschi, o femmine ed anche diverse fasce di età. Hanno questo modo di progettare e pensare di fare un prodotto prima di stamparlo: qui da noi non c’è e non c’è mai stato. Quindi questo che cosa ha concordato? Ha concordato che arrivando e crescendo il mercato dei manga in Italia ha portato una ventata di novità notevole, perché le cose che c’erano nei manga in Italia non si erano viste mai. Non era solamente una questione di cultura diversa perché riguardava un’estetica della grafica e della morfologia dei personaggi, ma anche il modo di raccontare e non solo i generi, ma proprio per la narrazione che è diversa da quella occidentale. Un fumetto seriale americano o italiano incomincia presentando il personaggio, la sua genesi, le sue origini, il suo cammino etc. Nei manga non è quasi mai così: spesso ti ritrovi nel mezzo della situazione in corso d’opera, in mezzo ad un mondo dove c’è già una storia in corso e devi mettere i pezzi insieme un poco per volta. Hanno un modo di raccontare diverso per cultura e per storia (si tratta pur sempre di un paese con una storia differente). Quindi io non sono d’accordo proprio per niente con chi dice che tutto ciò inquina la cultura occidentale e mi sembra appunto una cosa un po’ razzista: sento raccontare da chi ha frequentato certe scuole del fumetto (non lo dico per certo perché non ho un contatto diretto) che si tende a minimizzare e a trattare con un po’ di spregio il fumetto giapponese. La cosa non mi piace, anche perché è un discorso scolastico di insegnare ai fumettisti sbagliato a prescindere, perché bisognerebbe insegnare a loro ad amare e a comprendere un po’ tanti linguaggi del fumetto. Per come la vedo io gli insegnanti così impiegano una forma di razzismo e quindi non potrei essere più in disaccordo e più contrario.

Altroquando Dragon Ball
(Filippo Messina con in mano una copia del primo volume del manga di Dragon Ball nella foto)

Io: Qual’è la tua storia fumettistica preferita in assoluto? E la tua graphic novel invece?

Filippo: Questa è una domanda difficile, come è difficile rispondere quanto ti chiedono “Qual’è il tuo piatto preferito? Qual’è la tua canzone preferita? Qual’è il tuo film preferito?” Io dico sempre che non è possibile scegliere, perché per quanto possa esserci per ognuna di queste cose ciò che tu ami in modo particolare non potrai mai stare a leggere, ad ascoltare, a vedere e a mangiare sempre le stesse cose. Tra graphic novel e storia preferita più che dirne uno posso dirne un bel po’: al di là di quelli più scontati come “Watchmen”, “V Per Vendetta”, etc. a me piace nominare (anche per portare gli altri a scoprirlo) un’opera che è arrivata da noi in un periodo successivo e che è molto particolare. Quello a cui mi riferisco è un fumetto di un autore neozelandese poco noto in Italia che si chiama Dylan Horrocks intitolato “Hicksville”, un atto d’amore verso chi legge i fumetti e verso il fumetto in sé. In quest’opera ci sono tanti riferimenti a fumetti famosi che nella storia vengono camuffati ma comunque si capisce che sono riferiti alla Marvel, al rapporto tra Stan Lee e Jack Kirby e a tanti altri rifermenti ad autori famosi. Inoltre rappresenta il fumetto come una mappa della vita: i fumetti sono mappe disegnate che guidano in un viaggio. L’opera di Dylan Horrocks è una bellissima storia, è poetica e dà una visione del fumetto molto particolare.  

Io: Su quali basi poni le argomentazioni per i tuoi video?

Filippo: Come dicevo prima io non faccio recensioni perché è raro che io debba parlare male di un preciso elemento, a meno che non sia qualcosa che mi abbia fatto arrabbiare per un motivo particolare tanto da farmi sentire il bisogno di spiegarlo e dire la mia. In genere io consiglio delle letture, oppure una lettura mi ha ispirato un pensiero che sento di condividere. Sostanzialmente tutto questo cos’è? Prima di tutto il fumetto deve avermi detto qualche cosa: deve avermi fatto scattare dei pensieri anche paralleli che voglio poi mescolare al fumetto stesso. Inoltre non parlo solo di fumetti, ma ho anche una rubrica in cui parlo di cliché e di vari archetipi del mondo supereroistico. Ho fatto per esempio un video sul concetto dell’identità segreta e mi sono ritrovato al parlare del perché Superman non viene riconosciuto attraverso gli occhiali: noi oggi non accettiamo questa cosa ma prima invece era vista in modo normale, perché gli occhiali erano un simbolo che raffigurava lo sfigato, era una sorta di protesi che raffigurava la debolezza oppure anche una persona poco interessante. Oggi non è più così e gli occhiali sono molto più diffusi, ma bisogna connotare il personaggio di Clar Kent nel tempo in cui è venuto fuori. Attraverso questo concetto una persona non riconosce qualcuno così debole compiere delle imprese eccezionali con il mantello e diventa così un discorso di percezione psicologica e di pregiudizio. Il discorso riguarda anche la percezione: se tu vedi un personaggio tutti i giorni non lo riconosci nel compiere imprese incredibili perché sei abituato ad aspettarti da lui altre cose. Alla fine è un discorso sociale in cui noi vediamo dei pregiudizi in certe persone che in realtà possono avere un grandissimo potenziale. Si può tirare in ballo nel discorso di Superman anche Pirandello: la simbologia di “Uno, Nessuno e Centomila” tira infatti la questione che ognuno può vedere un determinato individuo in modo diverso, così la gente guarda Clark Kent ma non lo vede veramente perché non gli dà importanza e per questo non lo vede veramente quando è Superman (e ci sono infatti tanti Clark Kent nel mondo). Quindi io tengo a prendere degli spunti da un fumetto o dai cliché di un fumetto per parlare anche di cose che possono riguardare il sociale, la psicologia e la simbologia che un fumetto può suggerire (come in questo caso la doppia identità tra Superman e Clark Kent).

Super Ergo Sum #20: Identità (più o meno) segrete
(Filippo Messina nel video “Super Ergo Sum #20: Identità (più o meno) segrete”)

Io: Che rapporto hai con la tua community?

Filippo: Devo dire che, almeno fino ad ora, ho un rapporto abbastanza buono. Sarà perché il canale è di nicchia ed il numero è ridotto. Io, finché ce la faccio, cerco di rispondere un po’ a tutti anche solo per ringraziare quando lasciano un giudizio positivo. Sono abbastanza soddisfatto perché è un pubblico interessato che fa diverse domande: è vero che mi chiedono pure consigli sulle letture, ma a volte fanno degli interventi. Vedo che il mio pubblico segue in maniera interessata le cose di cui parlo. Infatti i commenti che mi lasciano sono apprezzabili e portano a delle conversazioni che hanno un loro senso. Ovviamente gli haters possono anche capitare perché capitano a tutti: se i numeri un giorno crescessero (cosa che vedo alquanto improbabile) sicuramente si moltiplicherebbero anche le cose negative, ma devo dire che in questo numero il rapporto è buono. Capitò un paio di anni fa per caso l’intervento di un hater che rompeva le scatole semplicemente perché riteneva che alla mia età io su youtuber non ci dovessi stare. Probabilmente i video neanche li vedeva, mi attaccava semplicemente sull’età ed io non sono neanche intervenuto, ma sono intervenuti chi mi seguiva. Non sono tuttavia intervenuti come spesso si intende per “interventi” quando si tratta di followers come per esempio quello che fanno i fan di Cicciogamer89 che si prendono a parolacce, ma sono intervenuti argomentando il fatto che YouTube è uno strumento e che chiunque ha il diritto di esprimersi smontando la sterile critica. Si vedeva quindi dal linguaggio che usavano e dalle parole che sceglievano che erano persone mature con un modo di relazionarsi di un certo tipo. Direi quindi che ho un rapporto con i fan abbastanza buono, perché chi si affeziona al canale è evidentemente gente che ha una sintonia con me, con gli argomenti che tratto, con il mio linguaggio o con il modo con cui tratto i fumetti.

Io: Se parliamo di cultura fumettistica non possiamo non citare quella cinematografica perché come hai detto tu ha influenzato notevolmente tutto ciò. Trovi enormemente importante la fedeltà della trasposizione cinematografica verso l’opera originale?

Filippo: La risposta più breve è no, non la trovo importante. Quello che voglio da un film è che sia un film buono. Se il film è buono, è interessante, è divertente o è intrigante me ne frego che sia fedelissimo al fumetto originale. Ci sono dei film che riescono a prendersi delle differenze però ad essere allo stesso tempo fedeli nello spirito generale. Basta prendere i primi X-Men di Bryan Singer: le differenze erano tante, a partire dall’aspetto di Wolverine (interpretato da Hugh Jackman) che a sua volta ha cambiato aspetto nei fumetti. Succede infatti anche il fatto che il fumetto tende ad omologarsi al cinema. Anche gli Spider-Man di Raimi si prendevano qualche libertà: qualcuno disse che gli Spider-Man con Andrew Garfield erano più fedeli ed io questa cosa non l’ho mai capita, perché per come la vedevo io ognuna delle due letture fatte da Raimi e Webb si prendeva sia le sue libertà che le sue fedeltà in maniera pari. La questione è che io voglio un film di qualità che mi trattenga o che mi interessi nei temi. Se poi i personaggi sono identici o hanno una storia diversa non me ne frega niente. Ancora meno il discorso dell’etnia dei personaggi: ormai ci tormentano con questa storia del politicamente corretto. Il politicamente corretto è un concetto giornalistico (a tal proposito ho dimenticato di dire che ho fatto anche il giornalista per un certo periodo della mia vita) che riguarda l’uso delle parole e dei linguaggi nel chiamare certe cose da cui sono derivate anche delle derive un po’ aberranti: è come chiamare gli handicappati prima portatori di handicap, poi disabili e poi diversamente abili e quest’ultima definizione è la cosa che fa arrabbiare gli stessi portatori di handicap. Si arriva a delle conclusioni stupide che finiscono con il sottolineare la diversità piuttosto che rispettarla. Il discorso di cambiare le etnie, il sesso o l’orientamento sessuale dei personaggi che sono situazioni che spesso vengono bollate con il marchio di politicamente corretto. In realtà tutto ciò non è niente né di politico e né di corretto: sono semplicemente dei modi che ha il cinema (o anche i fumetti in certi casi) di cercare di guadagnare dei clienti che appartengono a delle categorie rappresentate nelle opere che possono essere certe etnie, le donne e così via, ma a loro non frega niente di essere politicamente corretti perché sono delle strategie di marketing. Prendiamo il caso di “Fantastic Four” di Josh Trank che è un brutto film: si è parlato tanto male sul fatto che la Torcia Umana sia stata interpretata da Michael B. Jordan che è una persona di colore, poi però vedi il film e ti accorgi che se per magia tu puoi trasformare Johnny Storm in un giovanotto biondo, bianco e con gli occhi azzurri il film brutto rimane. Il problema non è quello e se il film fosse stato buono ce lo saremmo dimenticato perché non avrebbe avuto nessuna importanza. Ho letto un commento sulla serie di Krypton (che non ho seguito) che diceva che uno dei lati negativi era che nella serie ci sono delle persone di colore che fanno i kryptoniani… e allora? Vedendo i vari “Star Trek” abbiamo visto anche vulcaniani di colore con le orecchie a punta: se possiamo accettare che una razza aliena come i kryptoniani siano degli umanoidi con mani con 5 dita, con i piedi, con un naso, con due orecchie, bianchi e che sono del tutto confondibili con i terrestri perché non possiamo accettare il fatto che hanno le stesse etnie che hanno i terrestri? C’è quindi qualcosa che non quadra. Questo è il discorso del politicamente corretto, ma parliamo di un altro tipo di fedeltà: negli ultimi tempi è uscita la serie “Titans” prodotta dalla DC Comics che io ho seguito in lingua originale (ora è su Netflix) e l’ho apprezzata. La serie “Titans” ispirata ai giovani Titani della DC si prende un sacco di libertà, ma è interessante, è intrigante, i personaggi riescono a guadagnarsi la simpatia dello spettatore. Magari può non piacere a tutti, però il fatto che se ne andasse per conto suo a me non ha dato alcun fastidio, perché è tutto raccontato abbastanza bene, ha del buon ritmo ed è quindi un buon prodotto. Il fatto che fosse fedele non c’entra ed anzi, rendere diverse certe cose è anche consigliabile nel passare da un media all’altro.

Logo Mono #28 – Ripensando a Avengers – Infinity War (SPOILER)
(Immagine pubblicitaria del video “Logo Mono #28 – Ripensando a Avengers – Infinity War”)

Io: Questo importante fenomeno di massa, come ogni moda cinematografica che si rispetti, divide fortemente gli amanti della qualità artistica: c’è chi pensa che la commerciabilità abbia ormai il sopravvento e c’è chi pensa invece che la visione di un autore possa ancora essere ben espressa attraverso questo genere. Tu con quale di queste opinioni ti trovi d’accordo?

Filippo: Un po’ nel mezzo, perché bisogna tenere anche conto di una cosa: quando viene prodotto un film entrano nel gioco tanti interessi e tanti ruoli che noi, che vediamo il film finito, non vediamo. Se prendiamo per esempio gli “Spider-Man” di Sam Raimi, che possono piacere o non piacere (nel secondo caso soprattutto il terzo che è decisamente in caduta libera perché appunto hanno imposto a Raimi di mettere qualcosa che non voleva), mostrano sicuramente l’impronta del regista. “Hulk” di Ang Lee, che secondo me andrebbe anche rivalutato, è un film molto autoriale: un Hulk raccontato in un modo diversissimo da quello del Marvel Cinematic Universe che ha la sua simpatia ma allo stesso tempo è andato a perdersi di identità e secondo me si è allontanato anche all’Hulk fumettistico perché ad un certo punto è fin troppo addomesticato perché è troppo sotto controllo ed il personaggio raramente lo è stato. Il film di Ang Lee, pur prendendosi molte libertà e pur essendo un film d’autore anche difficile da seguire, era molto più attento a tutta la mitologia del personaggio attraverso gli anni di quanto non sembrasse, perché c’era tutto l’aspetto psicanalitico, il rapporto con il padre che in seguito diventa la sua nemesi per eccellenza perché si ibrida tra il personaggio del padre ed il personaggio dell’uomo assorbente. C’è quindi nel film un tocco d’autore, così come lo utilizza James Gunn in “I Guardiani della Galassia”: quando un autore c’è il tocco si vede ed è una cosa buona, tuttavia questo non vuol dire che un autore sia sempre una garanzia di qualità, perché deve avere a che fare con esigenze produttive, con una direzione che la produzione gli impone e tante cose. Se sono tra la commerciabilità e l’autore? Direi nel mezzo, perché sono dei prodotti che nascono inevitabilmente per essere commerciali e quindi non possiamo aspettarci che non lo siano, io guardo anche in questo caso alla qualità e per qualità intendo dire qualcosa che mi possa intrattenere. Il fatto che io non abbia apprezzato “Aquaman” che mi fa chiedere come mai mi piaccia così tanto a tal punto che gli incassi, grazie al passaparola, abbiano superato quelli di “Il Cavaliere Oscuro”. A me la trilogia di Batman di Nolan è piaciuta, però non è che la veneri in maniera particolare: sono dei film buoni, dei film interessanti, dei film molto particolari e con un taglio d’autore molto specifico, anche perché Batman si presta a quella lettura li mentre altri personaggi no. Alcuni hanno preteso di prendere l’impostazione del cinema di Nolan su Batman e di applicarla ad altre cose con esiti disastrosi perché non c’entravano niente. Tornando ad Aquaman ci sarebbe un’immagine sociologica nel capire perché stia piacendo così tanto e stia guadagnando così tanto, perché la cosa secondo me va al di là dei meriti effettivi del film ed io sono uno che a differenza dei miei stimatissimi colleghi youtuber con cui mi relaziono non si è azzardato mai né al dire “capolavoro” (una parola abusatissima: già a inizio 2019 ho perso il conto di film definiti in questa maniera partendo anche da “Aquaman”) e né “schifo” o “aborto”. Può essere anche che un film è semplicemente bello o carino, oppure semplicemente mediocre o dimenticabile, non c’è bisogno di strapparsi le vesti in questa maniera. “Aquaman” a me ha annoiato, però evidentemente dei meriti di vendita li dovrà avere se è piaciuto ad un vasto pubblico: quello che ho visto in “Aquaman” è che un film che ha messo di tutto e di più cercando di agguantare quanto più tipi di pubblico diverso possibili. A me non è piaciuto per esempio perché ho trovato il protagonista molto meno eroico di quanto dovrebbe essere e delle cose della trama le ho viste allungate in una maniera eccessiva. Io non sono un esperto del cinema, ma penso che probabilmente in questo periodo c’è una voglia di leggerezza da parte del pubblico e per questo sta facendo un successo così grande.

Io: Su YouTube molti ti hanno conosciuto grazie alle live di “Facce di Nerd. Cosa pensi delle live del gruppo in generale e come sei entrato a far parte di esse?

Filippo: Sono entrato a far parte di esse nel modo più semplice di questo mondo. Io e Matioski ci conoscevamo già da prima, perché io avevo recensito sia in forma scritta che in forma video sia “Skypocalpse” che poi “Webseries Are Dead”, entrambe webserie da loro create. Questo in qualche modo ci ha fatto mettere in contatto e fatto avere degli scambi: nel frattempo il mio canale è andato crescendo ed a un certo punto Mattia mi ha contattato e mi ha chiesto se ero disponibile a partecipare alle live prima su MovietPlanetChannel e poi sul suo canale. Riguardo alle live in generale la nostra è abbastanza particolare ed io lo dico sempre pubblicamente quando le facciamo: noi in realtà parliamo di fumo e di niente, perché spesso ci ritroviamo a discutere di rumors, di cose che magari non vedranno mai la luce, di prove costume che magari ci saranno o non ci saranno e appariranno diversamente, quindi è tutto un pretesto per stare lì. Raramente, quando parliamo di un film che abbiamo visto e ci confrontiamo sulle nostre opinioni diverse di film, entriamo su qualcosa di più concreto, però spesso parliamo del nulla ed è un pretesto per mettere in scena i nostri personaggi nerd ognuno diverso dall’altro per metterli a confronto parlando appunto di rumor (per esempio quando abbiamo parlato del camera test del Joker di Phoenix nonostante ancora non si sa bene come sarà). Le nostre live sono dei talk show ed i nostri show sono fatti per fare chiacchere con le persone, sono fatti con le persone che conversano avendo stile e simpatia. Avendo sviluppato affetto e simpatia con tutte le persone che partecipano penso bene di tutto ciò perché sono dei momenti di confronto e dei momenti di incontro. Persone che ho incontrato e che seguono delle live mi hanno detto che queste piacciono per il fatto che piace sentire parlare noi e non è tanto di che cosa parliamo e questo penso che sia un bel complimento. Le trovo affollatissime le nostre live, tanto che a volte non tutti riescono a dire le cose che vorrebbero dire, però è anche il bello della situazione perché per l’atmosfera caciarona ci sono tanti luci diverse. Ormai “Facce di Nerd” è anche una creatura mia e ci sono affezionato anche per questo. Tralaltro diversi iscritti nel mio canale mi arrivano perché mi hanno visto in “Facce di Nerd” e devo ringraziare Matioski per questa mia visibilità, perché la piattaforma è satura ed è difficilissimo farsi notare, per questo se non ci fossero queste occasioni sarebbe ancora più difficile. Per questo posso solo essere grato a “Facce di Nerd” per la mia visibilità.

Io: Su “Facce di Nerd” sei spesso considerato da diversi utenti il più analitico del gruppo per l’approfondimento sugli argomenti e per la tua capacità espositiva: come ti fa sentire questa cosa?

Filippo: Se è vero io posso solo ringraziare per questo. Da un lato, come prima avevo sottolineato, c’è il fatto che, prima di arrivare su YouTube, sono stato anche un giornalista e quindi mi sono abituato ad usare un linguaggio di certi termini attraverso una particolare struttura ed attraverso la sintesi, per questo mi esprimo in una certa maniera. Da bambino mi prendevano in giro dicendo che parlo come un libro stampato e quindi è una maledizione che mi porto dietro da sempre: c’è l’ho nel DNA. Se è vero che sono così apprezzato posso dire soltanto che mi fa piacere perché vuol dire che ispiro simpatia ed apprezzano quello che dico. Posso solo dire grazie. Per quanto mi riguarda è solo il mio approccio naturale a certe cose ed io non posso fare altro che analizzarle in un certo modo: anche quando non mi piace una cosa non mi accanisco insultandola e basta, ma cerco di spiegare il perché quella cosa non mi è piaciuta.

Altroquando fumetti
Filippo Messina nel video (“Super Ergo Sum #20: Identità (più o meno) segrete”)

Io: Cosa pensi di YouTube Italia in generale?

Filippo: Io penso che YouTube in generale sia un grande potenziale sprecato per tanti versi, perché da un lato è considerato un territorio da uso e consumo esclusivo di giovanissimi e quando intendo per giovanissimi mi riferisco a ragazzi sotto i diciotto anni. È questo il pubblico che porta i numeri più alti e che stabilisce se uno youtuber diventa popolare o meno. Dall’altro lato invece c’è della verità, perché vista la giovinezza del mezzo è normale che i giovani siano quelli che lo fruiscono di più. Mi dispiace però molto che i soggetti più maturi non sono una minoranza però sono molto silenziosi, mentre invece sono molto rumorosi quelli che rifiutano la piattaforma a priori ed è una cosa che io non sopporto, perché YouTube è una piattaforma dove puoi trovare di tutto. Tanto per cominciare non c’è soltanto il fenomeno degli youtuber: molti canali di YouTube Italia non sarebbero proprio inquadrabili nel concetto “youtuber”, perché sono strutturati in una maniera tale che presentano un po’ dei piccoli documentari, dei servizi informativi. YouTube ormai si identifica come un soggetto giovane con un pubblico di giovanissimi e spesso per questo gli adulti sono molto superficiali. Su YouTube Italia abbiamo tante cose che magari non hanno numeri altissimi anche se alcuni si difendono bene: nell’ambito del cinema abbiamo Federico Frusciante con il quale si può essere d’accordo o meno però è una grandissima intelligenza ed ha un modo di approcciarsi per me interessantissimo, poi abbiamo Sinema Exit che è un canale con numeri purtroppo contenuti ma che parla di cinema Underground e di retroscena della vecchia Hollywood in maniera molto attenta, oppure abbiamo ShivaProduzioni che si occupa di cinema estremo… e questo parlando solo di cinema, perché abbiamo tantissime altre cose. Abbiamo per esempio Breaking Italy che fa l’opinionista: tutti questi personaggi andrebbero definiti come youtuber? Non lo so. Io stesso sono uno youtuber? Uno youtuber è un soggetto che opera su YouTube però con uno stile specifico. Molta gente di una certa età rifiuta il mezzo di YouTube identificandolo in modo più superficiale e a volte più deteriore come se fosse trash ed è una cosa che a me fa rabbia, perché questo vuol dire anche che non si è presa il disturbo di conoscerlo e di approfondirlo. I pesci più pregiati si scoprono quando si fa immersione, altrimenti la me**a galleggia. Quindi mi fa un po’ rabbia che venga sottovalutato e mi auguro che venga scoperto e che gente molto più matura si applichi di più sull’argomento ma secondo me ci arriveremo, sempre che YouTube non cambi per scelte sue interne perché ricordiamoci che è un’azienda che fa il cavolo che vuole, però intanto la maggior parte degli youtuber più storici non sono più ragazzini neanche loro. Io intanto mi auspico perché ci sia gente più matura che porti i suoi contenuti e che una buona volta ci si basi sull’essenza del video e non sempre e solo sul soggetto del contenuto.  In questo modo la piattaforma può essere sdoganata come strumento che diventi un’alternativa alla televisione come mezzo d’intrattenimento e di informazione (ma basterebbe anche solo il primo elemento): io la televisione non la guardo praticamente più e mi intrattengo con YouTube. Io seguo Frusciante, seguo Victorlaszlo88, seguo gente che fa teatro e comicità come Willwoosh che ha iniziato facendo i cabaret ed era bravissimo (a me piacerebbe che tornasse a fare comicità di quel genere, forse lui lo ritiene superato e mi dispiace perché era divertentissimo).

Io: Beh, probabilmente Willwoosh sta cercando anche spazio nel mondo dello spettacolo, perché Willwoosh è anche abbastanza bravo come attore, pure se dovrebbero dargli più spazio perché c’è il pregiudizio da quando ha fatto “Fuga di Cervelli”.

Filippo: Non solo quello, perché io temo, avendo visto che è tornato molto attivo su YouTube nell’ultimo anno, che la sua carriera nel mondo dello spettacolo al di fuori di YouTube abbia subito una battuta d’arresto, perché adesso pubblica video molto più spesso, ma non lo so. YouTube può di certo essere una valida alternativa e per me lo è stato non per vendere libri e fumetti, perché l’attività commerciale non ce l’ho più e la biblioteca Salvatore Rizzuto Adelfio è una cosa culturale senza scopo di lucro, ma per avere un rapporto con il mondo esterno e poter parlare di cose che più mi piacevano e più mi interessavano. Ci sono anche gruppi di compagnie teatrali che presentano su YouTube del doppiaggio alternativo o filmaker che fanno delle webserie, cortometraggi o musica autoprodotta oltre che le tante recensioni di questo o di quello: c’è di tutto e di più. YouTube andrebbe scoperto e cercato anche nei suoi numeri più contenuti, però bisogna andare a cercarlo: bisogna immergersi in YouTube, viaggiare al suo interno, navigare ed andare alla scoperta di tutte queste cose. Se ci si ferma a quelli che arrivano alla ribalta e diventano popolari, spesso anche perché hanno una popolarità negativa, allora non va bene. C’è un grosso pregiudizio: YouTube è uno strumento e va impostato in maniera ragionata.

Io: C’è uno youtuber con il quale ti piacerebbe collaborare?

Filippo: Mi piacerebbe qualche volta fare una collaborazione con Federico Frusciante e qualche volta mi piacerebbe pure invitarlo a venire in biblioteca.

Il paradiso delle live: Facce di Nerd

Tra le bellezze di YouTube Italia ci sono loro.

Mattia Pozzoli, in arte Matioski, è uno degli youtuber italiani più apprezzati nella piattaforma per quanto riguarda il cinema (potete vederlo nella foto in alto) ed il suo canale conta ben 44.000 iscritti circa. Ma a Mattia Pozzoli non si devono solamente i suoi vlog, le sue recensioni e i suoi riassunti ironici delle trame dei film: lui infatti è responsabile della creazione della rubrica “Facce di Nerd“. Questa rubrica vede un’insieme di live aventi per protagonista Mattia ed altri ospiti, sia youtuber che non, che sono appassionati di cinema, serie tv, fumetti e videogiochi (ecco quindi spiegato il nome).

La rubrica è stata fondata da Mattia inizialmente sul canale Movielaplanetchannel ed aveva un altro nome: Nerd Planet Live. Successivamente il celebre youtuber ha spostato la rubrica sul suo canale scegliendo un nome migliore ma senza cambiare la struttura di essa. Per quanto riguarda gli ospiti si sta parlando di nomi come Victorlaszlo88, DarkAndross, Michael Righini, Svet Krasna, DavidePlissken, Milena Vigo, Altroquando, Danny Jena, Francesco Massetti, Giacomo Buzzoni, Il Collezionista di Ombre, MightyPirate e chi più ne ha più ne metta.

Michael Righini Victorlaszlo88 Facce di Nerd
(I primi quattro youtuber tra gli ospiti appena menzionati nell’elenco)

In questa serie di live solitamente si vede conversare queste persone riguardo le notizie nerd del momento, le opere (il più delle volte film e serie tv) appena uscite ed argomenti in generale legati spesso ai primi due elementi appena menzionati. L’incredibile quantità di persone incentrate su uno stesso argomento rende meravigliosamente godibile le live. I motivi principali sono tre:

1) Gli appassionati si parlano con una forte fraternità scherzando e creando battute che il più delle volte sono enormemente simpatiche (se non addirittura geniali) e più aumentano le persone più aumenta il divertimento.

2) Essendo tutte persone diverse tra loro è intrigante scoprire il loro parere su un determinato argomento perché spesso, avendo opinioni differenti, è interessante il confronto che riesce a diventare molto piacevole per l’atmosfera ironica ma mai irrispettosa (infatti non volano mai insulti o imprecazioni perché uno non è d’accordo con l’altro): per esempio gli “scontri” tra Mattia Pozzoli e Mattia Ferrari (in arte Victorlaszlo88) sono ormai diventati leggendari.

3) Gli argomenti trattati sono interessanti.

Tutte queste cose sono fatte inoltre con grande coinvolgimento dei fan grazie ai continui commenti lasciati nella live a cui ì vari protagonisti rispondono, anche se questo non è sempre possibile perché ovviamente Mattia ed i suoi ospiti sono presi dalle conversazioni ma fanno comunque di tutto pur di non lasciare gli utenti fuori dal coinvolgimento della live.

Per questo si sta parlando del paradiso delle live: Mattia Pozzoli ha organizzato un vero e proprio talk show con numerosi appassionati ed ha ottenuto uno spettacolo che su YouTube si può anche trovare ma che non ha mai raggiunto un tale livello. Non che le live ovviamente non esistessero prima sulla nostra piattaforma anzi, sono una delle cose preferite dagli utenti per quanto riguarda YouTube, ma la struttura degli argomenti accuratamente selezionata da Mattia e la quantità di persone simpatiche e capaci rende tutto in una maniera straordinariamente piacevole come poche live su YouTube Italia.

Sarebbe splendido se altri canali prendessero esempio da “Facce di Nerd”: immaginatevi una live sui videogame e sui gameplay realizzata da almeno 6 celebri gamer, oppure una live sulla comicità realizzata da almeno 6 celebri comici. YouTube Italia migliorerebbe ancora di più la sua qualità e diventerebbe ancora più interessante di quanto non lo sia già. Si possono trovare tuttavia delle organizzazioni del genere (basti pensare alle live sui videogiochi nel canale di DarkAndross) ma c’è bisogno ancora di maggior diffusione da fare. Lode quindi a “Facce di Nerd”, di cui, nel caso non siate ancora andati a dare un’occhiata a questa rubrica, potete vedere i momenti migliori del canale (di cui molti sono scelti da utenti) cliccando qui.